La “Spilungona” di Kantemir Balagov

Lo scorso agosto “Tesnota” e’ passato nelle sale velocemente e con la stessa velocità e’ sparito.
 
Adesso però chi ha perso questo folgorante esordio ha la possibilità di vedere “La ragazza d’autunno” (“Dylda”) il secondo film di Kantemir Balagov che dimostra che il regista russo e’ davvero bravo e talentuoso.

 

Leningrado, 1945. La guerra è finita ma l’assedio nazista è stato feroce e la città è in ginocchio. Iya è una ragazza bionda, timida e altissima, che ogni tanto si blocca, per un trauma da stress.
Lavora come infermiera in un ospedale e si occupa del piccolo Pashka. Ma quando la vera madre del bambino, Masha, torna dal fronte, lui non c’è più.
Spinta psicologicamente al limite dal dolore e dagli orrori vissuti, Masha vuole un altro figlio e Iya dovrà aiutarla, a tutti i costi.

 

Cast con Viktoria Miroshnichenko, Vasilisa Perelygina, Andrey Bykov e Igor Shirokov.


 

La nostra inviata Anna Baisi era presente all’anteprima stampa ed ecco la sua recensione:
 
“Opera seconda dell’enfant prodige Kantemir Balagov, La ragazza d’autunno, titolo originale Dylda (“Spilungona”), è stato premiato allo scorso Festival di Cannes, nella sezione Un Certain Regard, con il Premio Miglior Regia ed il Premio FIPRESCI.
Con un percorso quasi identico, anche Tesnota, l’originale opera prima del cineasta cabardo – pure distribuito in Italia da Movies Inspired – si era vista assegnare, due anni fa, il Premio Un Certain Regard 2017, ed il Gran Premio della Giuria.
Il film, ambientato nella comunità ebraica di Nalchik, capitale della Repubblica Kabardino Balkarskaya, impressionò la critica anche per la strepitosa interpretazione della giovane Darya Zhovnar, cui la giuria di Uma Thurman preferì la vitale performance di Fortunata, attribuendo a una pure bravissima Trinca/a un altrettanto meritevole Trinca il prix d’interprétation féminine.
 
Anche le due protagoniste di Dylda, Viktorjia Mirošnicenko (Ija) e Vasilisa Perelygina (Maša), seppur escluse dal palmarès di Cannes, hanno suscitato l’interesse della critica internazionale, guadagnandosi una candidatura ai premi EFA 2019 (per la Mirošnicenko) ed il doppio riconoscimento della giuria dell’ultimo Festival di Torino, che le ha insignite entrambe del Premio Miglior Attrice.
Appena incluso dall’Academy nella short list dei Best International Feature Film, c’è motivo di credere che il magnifico Dylda venga confermato nella cinquina finale, e che possa ambire all’Oscar, con l’unico ostacolo del film sudcoreano Parasite.
Oltre a dirigere magistralmente gli attori, Balagov ha il merito di fondere un’abilità narrativa degna della grande letteratura russa con una marcata sensibilità pittorica. L’originalità di questo autore, allievo di Sokurov, si coglie subito, anche in questa seconda prova, nella decisa impronta cromatica che imprime al suo cinema. Se in Tesnota prevalevano i toni freddi del blu e dell’azzurro, gli interni di Dylda rimandano ai tableaux di Matisse, dominati dal verde smeraldo e da tutte le sfumature del rosso, dal cremisi, al ribes e al rosa intenso.
La fotografia avvolgente di Kseniya Sereda li pone in contrasto con una base di nuances autunnali, riscaldando la Leningrado gelida e buia del fine guerra, dove la povertà e la fame, i lutti e le ferite dei reduci, sono resi da uno sguardo lucido e introspettivo, talvolta spietato, ma umano e umanista.
Una camera stretta che include la disarmonia, riprendendo anche ciò che è sgraziato e imbarazzante, fino ai limiti del ridicolo, come in entrambe le scene di sesso del film.
C’è Dostoevskij, e Gogol, nel cinema di Balagov, ma anche la pittura di Chagall, con l’effetto della sproporzione, e quella di Kandinskij, con la “realtà esagerata” che vi vide Rilke.
 
La cifra creativa di questo autore si inscrive appieno nei classici della letteratura russa e in quella pittura che è anche espressione, sia pure autonoma ed originale, dell’anima popolare di questa tradizione, sempre in bilico tra grottesco e sublime. Anche il suo racconto non evita il disturbante, anzi, ne fa un elemento propulsivo della sua arte, che, a sua volta, si discosta dalla tradizione medesima, con una forza sovversiva dirompente.
La giovane e introversa Ija (dal greco “violetta” secondo l’etimologia fornita da un personaggio minore del film) presta servizio da infermiera nell’Ospedale militare della città, dopo il congedo anticipato dal fronte per un disturbo post-traumatico che le causa periodici momenti di incoscienza. Gentile e animata da autentica pietas, Dylda – come i più la chiamano per la sua altezza fuori norma – lenisce quotidianamente (fino alla morte “dolce”, se richiesta) le sofferenze dei sopravvissuti, barcamenandosi tra turni faticosi e la cura del bambino dell’amica Maša, nella stanza di un appartamento condiviso da varia umanità.
Il ritorno di costei dal fronte mette alla prova il rapporto tra ex compagne di esercito, e finisce per cementare un’amicizia disperata che lascia ai margini le figure maschili, relegandole a ruoli di servizio.
La necessità dell’una di sentirsi viva con la maternità, ed il senso di colpa dell’altra, che vorrebbe legare l’amica a sé, svelano e ridefiniscono relazioni di dipendenza e di potere sempre più profonde e complesse, non prive di ambiguità.
Rimane escluso, nonostante il concreto interesse per Ija, il primario dell’Ospedale, Nikolaj Ivanovic, personaggio lucido e dolente (interpretato da un eccellente Andrej Bykov), cui la guerra ha portato via due figli.
 
Senza dire di Saša, ragazzo goffo e insicuro, succubo della potente madre (la bellissima Ksenjia Kutepova) e innamorato, anzi, devoto della gelida Maša.
La sceneggiatura, dello stesso Balagov e di Aleksandr Terechov, definisce ogni singolo personaggio, compresi quelli minori – alcuni interpretati dai protagonisti del precedente film, come Vienamin Kac e Olga Dragunova – con delicata profondità, che la sapiente direzione degli attori restituisce in tutta la sua complessità.
È interessante, inoltre, come l’autore riproponga situazioni drammatiche e stilemi speculari a quelli della sua opera prima. Nella visita dell’“aspirante” coppia Saša-Maša ai genitori di lui – che fornisce al regista l’occasione di un’algida e raffinata scena nel giardino innevato – la drammatica conversazione attorno alla tavola alto borghese culmina nell’ammissione di Maša del suo ruolo sessuale all’interno dell’esercito, mentre una delle sue ricorrenti epistassi muta la sfrontatezza in fragilità. Così in Tesnota, una spavalda e sofferta Ila esibiva sulla tavola imbandita lo slip sporco di sangue, ostentando all’aspirante fidanzato e ai genitori (di entrambi) la recente perdita della verginità con un ragazzo della “tribù” antagonista.
 
Entrambe le eroine di Balagov (Ila e Maša) rompono platealmente l’ordine e la tradizione, e se si può rintracciare, oltre all’evidente forza delle immagini, un’altra costante nella piccola e già importante produzione di questo autore, la troveremmo certamente nell’inquietudine di certi suoi personaggi, nella loro gridata insofferenza agli schemi e alle imposizioni, che diviene potente detonatore e mezzo espressivo non solo dei conflitti relazionali e di genere, ma di insondabili conflitti interiori.”

 

Finiamo con il trailer ufficiale !!

 


 

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