Un luogo chiamato casa

Menzione speciale della giuria all’ultimo festival di Cannes 2019, “Il paradiso probabilmente (It Must Be Heaven)” ultima fatica di Elia Suleiman (“Intervento divino”, “Il tempo che ci rimane”), una saga comica che, esplorando concetti come identità, nazionalità e appartenenza, pone una domanda fondamentale: quale luogo possiamo davvero chiamare casa ?

 

ES fugge dalla Palestina in cerca di una patria alternativa, ma si rende conto che la Palestina lo segue come un’ombra. Quella che doveva essere la promessa di una nuova vita si trasforma in una commedia degli errori: non importa quanta strada percorra, da Parigi a New York, c’è sempre qualcosa che gli ricorda casa.
 
Il premiato regista Elia Suleiman ci regala una saga comica che esplora identità, nazionalità e senso di appartenenza, nella quale ES pone la domanda fondamentale: qual è quel luogo che possiamo veramente chiamare casa?

 

Nel cast Ali Suliman, Elia Suleiman, Holden Wong, Robert Higden e Sebastien Beaulac.


 

Ecco la recensione di Anna Baisi:
 
““Nei miei film precedenti ho cercato di presentare la Palestina come un microcosmo del mondo; il mio nuovo film “It Must Be Heaven” cerca di mostrare il mondo come se fosse un microcosmo della Palestina.”.
Il regista e attore Elia Suleiman ha detto questo della sua ultima surreale e grottesca fatica, da noi “Il Paradiso Probabilmente”, titolo internazionale “It must Be Heaven”, che infatti concentra l’attenzione su tutto il mondo nel viaggio che il regista intraprende da Nazareth a Parigi e poi New York per trovare un produttore che distribuisca la sua opera ma in realtà è alla ricerca di una sua identità e di una sua patria: un luogo dove essere se stesso e con tranquillità girare film.
 
Suleiman esprime con il suo viso ed il suo corpo l’anima della Palestina e interpretando se stesso senza dire una parola per l’intero film diventa un attento ed ironico osservatore di quella che un’insegna parigina che recita “L’Humaine Comédie” riassume, si, la commedia umana che non conosce confini, non riconosce nazionalità e che rappresenta tutti noi in un mondo di tensione globale e paranoia.
Il film è girato per la maggior parte in soggettiva e se l’inizio è divertente e travolgente a Nazareth dove un vescovo ortodosso canta versi pasquali mentre conduce una processione di fedeli verso una porta di ferro chiusa che dovrebbe aprirsi al suo comando e tutto finisce in farsa il seguito è più duro con il vicino del regista che ruba dal suo albero di limoni (metafora forse di chi ruba la Terra?), liti senza fine con turpiloquio fra un padre ed un figlio fino ad un’auto della polizia che sul sedile posteriore tiene una ragazza bendata che Suleiman gira con garbo ma la presenza inquietante nella parte posteriore non ha alcuna spiegazione o è meglio dire non ne ha bisogno, sappiamo già di cosa si tratta.
Anche a Parigi le immagini di belle ragazze in gonne corte super griffate che camminano davanti a lui che le osserva dal cafè non diventano altro che manichini in un loop video che il regista osserva dalla finestra del suo hotel nella casa di moda di fronte.
Vede anche tre poliziotti sui loro scooter elettrici che ispezionano un’auto parcheggiata, una delle migliori gag visive del film.
Il giorno successivo caccia a reazione, carri armati rimbombano pesantemente oltre la Banque de France e una parata militare senza pubblico: niente di grave perché è il 14 luglio festa nazionale ma la bellezza e la tranquillità sono svaniti.
 
Arriviamo a New York, in scene vagamente oniriche, a Central Park dove poliziotti armati inseguono una ragazza che indossa ali d’angelo e una bandiera palestinese, inoltre in un supermercato la gente comune sta comprando armi automatiche e uscendo dal negozio Suleiman vede che tutti stanno brandendo armi, fucili e persino lanciarazzi e si guardano sospettosamente iper controllati da posti di blocco: il mondo intero si è trasformato in un gigantesco stato di polizia.
Le battute (parlate) sono fantastiche, quelle dei produttori ma su tutte la migliore è quella del tassista newyorkese.
Non ha bisogno di argomenti apertamente politici Suleiman per illustrare gli ostacoli nella vita perché possiede il dono di trasmettere il disagio in termini più leggeri, rendendo ogni scena un incontro divertente tra il suo silenzio e l’impassibilità dello sguardo – che molto ricordano Jacques Tati e Buster Keaton – e le stranezze che lo circondano.
Verso la fine del film in un bar di Nazareth il regista osserva silenziosamente i giovani che fanno festa in discoteca ballando sulle note di una canzone e si può solo tentare di indovinare cosa pensi mentre osserva il futuro del suo paese in quel danzare incurante.
 
Lui comunque, nonostante il responso non troppo ottimista di un cartomante incontrato in viaggio a cui ha chiesto se mai ci sarà lo Stato palestinese, il film lo chiude con una dedica: “To Palestine”.”

 

E terminiamo con il trailer ufficiale !!

 


 

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