Dialoghi con… Fabrizio Cattani

Abbiamo intervistato Fabrizio Cattani, regista del magnifico Maternity Blues. Ecco che cosa ci ha raccontato.

 

Come mai la scelta un argomento così complesso come l’infanticidio?

L’idea nasce dal libro di Grazia Verasani From Medea che mi era stato suggerito dall’attrice Marina Pennafina (Vincenza nel film). Mi sono poi accorto che era un argomento mai trattato al Cinema. Ho iniziato una lunga ricerca che mi ha portato fino all’Ospedale Giudiziario di Castiglione delle Stiviere, dove sono ricoverate le vere madri assassine. L’incontro con il Dott. Calogero, che le cura da molti anni, è stato fondamentale per perfezionare la sceneggiatura, scritta con la stessa Verasani.

 

Ha trovato difficile affrontarlo in Italia, paese in cui la maternità è circondata da un alone di “sacralità”?
Mi era stato paventato da molti. Ma non mi sono mai arreso, credevo in questo progetto e sono contento di averlo affrontato, non fosse altro per la reazione emozionata e commossa di gran parte del pubblico e per gli attestati di stima di tutti quei “professionisti della mente” che per altro vorrebbero programmarlo all’interno delle Università in cui insegnano.

 

Qual è stata la sfida più difficile che si è presentata durante la realizzazione del film?
Trovare la Produzione. Nessuno voleva affrontare per il Cinema un argomento così difficile, considerato taboo all’interno della nostra Società. Fortunatamente l’incontro con Faso Film e Ipotesi Cinema ma soprattutto con i professionisti, attori e tecnici, che vi hanno preso parte, acquisendone una quota di diritti cinematografici e non soldi, ha fatto in modo di poterlo realizzare con costi molto ridotti.

 

Ci sono differenze rispetto alla pièce teatrale di Grazia Verasani?

Il testo di Grazia, essendo nato per il teatro, ha un unico spazio scenico. Improponibile
cinematograficamente. Mi sono ispirato al vero Ospedale Psichiatrico di Castiglione delle Stiviere, che ci ha dato la possibilità di diversificarlo inserendo vari ambienti. Inoltre abbiamo inserito il personaggio di Luigi, il marito di una di loro, che ci ha dato modo di sviluppare non solo un percorso “maschile” di questo dramma ma anche di uscire da quel limbo un po’ claustrofobico dell’Ospedale psichiatrico giudiziario.

 


 

Come è avvenuta la scelta delle attrici? E’ un caso che le due protagoniste principali siano entrambe attrici straniere (ed entrambe dell’Europa dell’est)?
Con Andrea Osvart avevo già lavorato nel mio film precedente Il Rabdomante, conoscevo le sue qualità e potenzialità, e devo dire che in questo film si è superata, è stata grandiosa. Monica Birladeanu, la conoscevo per il film Francesca, che mi colpì tantissimo. Ha una forza nel volto, una capacità di spaccare lo schermo, che poche attrici hanno, oltreché una naturalezza e una bravura notevoli. Chiara Martegiani l’ho scelta dopo una lunga serie di provini a una settantina di attrici, era perfetta per il ruolo di Rina ed è talmente brava che sono sicuro sia candidata a essere una delle nostre migliori attrici italiane del futuro. Marina Pennafina, la conoscevo per il teatro. Era
perfetta fisicamente per il ruolo di Vincenza e a livello interpretativo ha una capacità di entrare nel personaggio come poche. Con lei ho fatto pochissimi ciak, era sempre perfetta. Direi che sono totalmente soddisfatto di tutte, ed è un caso che ci siano due straniere. Anche se, nella realtà, ci sono alcune madri ricoverate a Castiglione dell’est europa.

 

Un aspetto dibattutto tra noi di Amicinema è stata la scelta di dipingere le protagoniste in modo molto freddo, inavvicinabile: alcuni l’hanno trovato un punto di merito del film, altri invece ritengono che l’impenetrabilità delle protagoniste renda difficile comprenderle e creare empatia con loro, mentre compito del cinema è forse quello di avvicinare gli spettatori anche ai vissuti più complessi, come questo. Lei cosa ne pensa?

Una delle cose belle del Cinema è la soggettività. Tanti spettatori sono usciti dicendomi di essere entrati in totale empatia con le protagoniste. Comunque non desideravo e non ho mai pensato di dare adito a un perdono nei confronti di queste madri. Ma nemmeno di condannarle. Devo dire che la maggior parte degli spettatori hanno provato ciò che davvero avevo sentito io durante il percorso della ricerca e che volevo risultasse nel film e cioè una Pietas nei loro confronti. Ho fatto il film non per cercare di far capire allo spettatore se esiste un perdono o una accettazione della colpa, o una comprensione. Se c’è un motivo vero per cui ho fatto il film è per rompere quel silenzio attorno alla
vergogna inconfessabile di chi non si sente in grado di gestire la maternità.

 

Ora che il film è nelle sale da un po’, come valuta l’esperienza?

Una bellissima esperienza. Che non è ancora finita. Seguirò il film per tutta l’estate in Rassegne e Festival in Italia e all’estero. Felice di poter incontrare e potermi confrontare con coloro per i quali faccio Cinema, il pubblico.

 

Dopo Maternity Blues ha nuovi progetti in cantiere?

Sono tante le idee, alcune già scritte, ma il prossimo film spero possa essere Uomini e cani tratto dal bellissimo romanzo omonimo di Omar di Monopoli, ambientato nel nord-est della Puglia. Un genere completamente diverso da Maternity Blues e da Il Rabdomante. Amo spaziare nello stile, diversificare la tecnica, ma sempre con il pensiero diretto al cuore dello spettatore.

 

Un’ultima domanda, che ci piace fare sempre ai nostri intervistati: quali sono secondo lei i 3 film imperdibili per un appassionato di cinema?

8 1/2 di Federico Fellini

Il mestiere delle armi di Ermanno Olmi

C’era una volta in America di Sergio Leone

Ho scelto questi tre ma potrei dire tutti i film di questi grandi maestri. Descriverne il perché occuperebbe lo spazio di un’intera nuova intervista. Mi limiterò a dire che è per la sublime oniricità di Fellini, per la meravigliosa poesia di Olmi e per la cura e la ricerca del dettaglio di Leone.

 


 

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