Il peso delle scelte

Vincitore del Grand Prix al Festival di Cannes 2026 e del Cannes Soundtrack Award per le musiche di Evgueni e Sacha Galperine, “Minotaur” segna il ritorno al cinema di Andrey Zvyagintsev nove anni dopo il bellissimo “Loveless“.
 
Il regista russo, oggi in esilio, parte liberamente da “Una moglie infedele” di Claude Chabrol per costruire un thriller morale ambientato nella Russia del 2022, all’inizio della mobilitazione per la guerra in Ucraina. Una storia privata di gelosia e tradimento si intreccia così con una questione molto più ampia: cosa accade quando il potere costringe un uomo a scegliere chi dovrà pagare al posto suo?

 

Gleb è il direttore di un’azienda di successo in una città di provincia russa. Vive con la moglie Galina e il figlio in una casa elegante e sembra avere tutto sotto controllo, almeno fino a quando comincia a sospettare che la donna lo tradisca. Nello stesso momento la sua vita professionale viene travolta da una richiesta ben più inquietante: deve fornire un contingente di dipendenti destinati alla mobilitazione militare.
Gleb prova inizialmente a evitare di sporcarsi le mani, ma ogni decisione ne produce un’altra, e il tentativo di conservare il controllo sulla famiglia, sull’azienda e sulla propria coscienza lo trascina progressivamente verso la violenza.

 

Dmitriy Mazurov interpreta Gleb, mentre Iris Lebedeva veste i panni della moglie Galina. Varvara Shmykova è Natasha e Boris Kudrin interpreta Seryozha.
Nel cast troviamo inoltre Yuriy Zavalnyouk, Juris Zagars, Anatoliy Belyy, Vladimir Friedman e Artur Smolyaninov. Zvyagintsev ritrova alla fotografia Mikhail Krichman e affida la musica ai fratelli Evgueni e Sacha Galperine, premiati a Cannes.
Ancora una volta il suo cinema osserva una famiglia apparentemente solida per mostrare, dietro quella facciata, le crepe di un’intera società.


 

Intervistato da Cineuropa durante il Festival di Cannes, Andrey Zvyagintsev racconta che l’idea di “Minotaur” risale al 2017-2018, subito dopo Loveless.
Cercava un film francese degli anni Sessanta o Settanta da rileggere e fu Una moglie infedele di Claude Chabrol a colpirlo più degli altri. A interessarlo era soprattutto il modo in cui Chabrol osservava il protagonista e lasciava che il dramma emergesse attraverso i gesti, spesso senza bisogno di dialoghi.
 
Inizialmente Zvyagintsev pensava semplicemente di trasferire quella storia in Russia. Nel film di Chabrol, però, il lavoro del protagonista rimane quasi sullo sfondo, e il regista russo sentiva che proprio lì mancava qualcosa. La risposta arrivò nel 2022, quando la mobilitazione parziale seguita all’invasione dell’Ucraina entrò direttamente nella scrittura. A quel punto la crisi matrimoniale e quella politica poterono fondersi nello stesso personaggio.
 
Il cuore del film diventa così la responsabilità morale. Gleb deve scegliere alcuni dipendenti da inviare alla mobilitazione e vorrebbe trattare la decisione come un semplice problema amministrativo. Ma quando vede i volti delle persone che ha di fatto condannato, non può più fingere che siano soltanto nomi su una lista. Per Zvyagintsev era essenziale mostrare “quel momento in cui non si può sfuggire alla responsabilità etica”.
 
Anche il tentativo di salvare una singola persona diventa un problema morale: sottrarre qualcuno alla lista significa inevitabilmente sostituirlo con qualcun altro. Il film, spiega il regista, non offre quindi una via d’uscita semplice ma costruisce una catena di scelte nella quale ogni gesto produce conseguenze e ogni tentativo di restare innocenti finisce per coinvolgere ancora di più il protagonista.
 
Dal punto di vista visivo Zvyagintsev torna ai lunghi piani sequenza e utilizza gli ambienti per raccontare la distanza fra i personaggi. La villa di Gleb è descritta dal regista come una sorta di acquario trasparente: molte azioni vengono osservate attraverso finestre e superfici di vetro. Lo stesso principio ritorna negli uffici e negli spazi dell’azienda, creando continuamente separazioni tra persone che condividono lo stesso luogo ma sembrano incapaci di stare davvero insieme.
 
Alla domanda se con “Minotaur” sia diventato anche un oppositore politico, Zvyagintsev risponde di considerarsi prima di tutto un regista russo che vive fuori dal proprio Paese. Ma aggiunge che, anche dall’esilio, non può evitare di parlare di ciò che occupa oggi i pensieri e le emozioni dei russi. Il risultato è un film in cui il dramma privato e quello collettivo finiscono per diventare impossibili da separare.

 

Spazio al trailer ufficiale di questo atteso film !!

 


 

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