Cadere e ricominciare

Presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2025, dove Frank Dillane ha conquistato il premio come miglior attore e il film ha ottenuto anche il Premio FIPRESCI, “Urchin” segna l’esordio alla regia di Harris Dickinson, attore britannico già visto in “Triangle of Sadness”, “The Iron Claw” e “Babygirl”.
 
Per il suo primo lungometraggio Dickinson sceglie un racconto sociale ambientato nelle strade di Londra, ma evita il realismo più tradizionale mescolando ironia, momenti quasi surreali e improvvise aperture oniriche. Al centro c’è un uomo che prova continuamente a cambiare vita senza riuscire davvero a sottrarsi ai meccanismi che lo riportano al punto di partenza.

 

Mike è un giovane senza fissa dimora che vive nell’East London e lotta contro la dipendenza dall’alcol e una tendenza quasi istintiva all’autodistruzione. Dopo aver aggredito un uomo che cercava di aiutarlo finisce in prigione; una volta uscito, con l’aiuto dei servizi sociali, prova a ricostruire una quotidianità: trova lavoro in una cucina, tenta di rimanere sobrio, conosce nuove persone e immagina finalmente un futuro diverso.
Ma ogni piccolo passo in avanti sembra accompagnato dal rischio di una nuova ricaduta. “Urchin” segue Mike senza trasformarlo né in una vittima esemplare né in un colpevole da condannare, osservando piuttosto quanto sia difficile spezzare un ciclo quando precarietà, dipendenza e solitudine continuano ad alimentarsi a vicenda.

 

Frank Dillane interpreta Mike con un lavoro che gli è valso il premio come miglior attore a Un Certain Regard.
Al suo fianco Megan Northam è Andrea, mentre Amr Waked interpreta Franco.
Nel cast troviamo anche Shonagh Marie, Karyna Khymchuk, Murat Erkek, Okezie Morro e lo stesso Harris Dickinson in un piccolo ruolo.
La fotografia è firmata da Josée Deshaies, collaboratrice di Bertrand Bonello e Ira Sachs, e contribuisce a dare al film un aspetto meno prevedibile del classico dramma sociale britannico, alternando l’osservazione diretta della strada a momenti sospesi e quasi fantastici.


 

Intervistato da Cineuropa, Harris Dickinson racconta che la dipendenza è stata fin dall’inizio il vero punto di partenza di “Urchin”. È un tema che ha avuto vicino nella propria esperienza personale e che lo ha portato a interrogarsi sulle condizioni che possono spingere una persona verso la strada. La condizione di senzatetto, spiega, viene quindi mostrata più come una conseguenza di una serie di fragilità che come l’unico argomento del film.
 
Prima di scrivere e girare, Dickinson ha svolto un lungo lavoro di ricerca. Ha incontrato consulenti, visitato carceri e parlato con associazioni impegnate nella libertà vigilata, nella riforma penitenziaria e nella giustizia riparativa. Poco prima del lockdown aveva inoltre iniziato a collaborare con organizzazioni londinesi che assistono le persone senza dimora. Non voleva, racconta, limitarsi a osservare il problema dall’esterno o semplicemente dichiarare che qualcosa non funzionava.
 
Questa esperienza ha influenzato soprattutto il modo in cui guarda Mike. Dickinson non voleva costruire un personaggio che chiedesse automaticamente la compassione dello spettatore, ma nemmeno qualcuno da condannare per le proprie azioni. Il suo obiettivo era mostrare un individuo attraversato da traumi, contraddizioni e circostanze estremamente precarie, lasciando poi a chi guarda la libertà di decidere come interpretarlo.
 
Per il regista era importante evitare “messaggi morali forti”. La storia doveva essere raccontata senza giudizio e, soprattutto, attraverso uno sguardo affettuoso. Anche quando Mike sbaglia, ferisce gli altri o distrugge le possibilità che gli vengono offerte, il film continua a considerarlo una persona e non la semplice rappresentazione di un problema sociale.
 
Uno dei momenti più delicati è l’incontro di giustizia riparativa tra Mike e Simon, l’uomo che ha aggredito. Dickinson spiega che nella realtà questi incontri possono permettere alla vittima e all’autore del reato di confrontarsi, cercare risposte e, in alcuni casi, arrivare al perdono. Ma non sempre funzionano: per qualcuno possono diventare esperienze durissime e destabilizzanti. Mike crede di essere pronto ad affrontare quel confronto, ma il film mostra quanto sia fragile il suo equilibrio.
 
Dickinson parla infine del passaggio da attore a regista. L’esperienza davanti alla macchina da presa gli ha insegnato molto sulla vulnerabilità degli interpreti e sulla necessità di creare sul set uno spazio in cui possano sentirsi liberi. I due mestieri, però, rimangono per lui molto diversi: come attore ama entrare nell’universo di un altro autore, mentre dietro la macchina da presa ammette di essere molto più incline al controllo.

 

Gran finale con il trailer ufficiale italiano di “Urchin”.

 


 

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