Hirokazu Kore-eda è uno di quei registi che, film dopo film, sembrano ricordarci una cosa molto semplice: le famiglie non sono quasi mai perfette, ma proprio per questo sono terribilmente cinematografiche.
Nato a Tokyo il 6 giugno 1962, studia letteratura alla Waseda University e, prima di arrivare al cinema, lavora a lungo per la televisione realizzando documentari. È lì che affina quello sguardo curioso, paziente e mai invadente che diventerà il suo marchio: osservare le persone senza giudicarle, lasciando che siano i gesti, i silenzi e le piccole contraddizioni quotidiane a raccontarle.
Il passaggio al lungometraggio arriva nel 1995 con Maborosi – I bagliori dell’anima, presentato alla Mostra di Venezia, un esordio già sorprendentemente maturo sul lutto e sulla possibilità di ricominciare.
È bello che il pubblico italiano abbia potuto recuperarlo solo di recente sul grande schermo: nel 2026 BiM Distribuzione ha infatti portato per la prima volta nelle sale italiane quattro opere della prima fase di Kore-eda con la rassegna Riflessi dell’invisibile. Oltre a Maborosi sono arrivati Nobody Knows – Come si diventa adulti, Still Walking – Camminando in un giorno d’estate e After Life – Qual è il tuo ricordo più bello?.
Visti oggi, sembrano quasi un piccolo manuale della sua poetica: bambini lasciati troppo soli, famiglie che non sanno parlarsi, ricordi che ci tengono in vita e persone che cercano disperatamente un posto nel mondo.
Il successo internazionale cresce negli anni Duemila, soprattutto grazie a Nobody Knows, ispirato a un tragico fatto di cronaca e premiato a Cannes per l’interpretazione del giovanissimo Yūya Yagira, e a Still Walking, forse uno dei suoi film più puri e dolorosamente quotidiani.
Ma per il pubblico italiano – e anche per noi di Amicinema – un passaggio decisivo è stato Father and Son, Premio della Giuria a Cannes nel 2013. La storia di due bambini scambiati alla nascita e di due famiglie costrette a interrogarsi su cosa significhi davvero essere genitori contiene già tutto il cinema di Kore-eda: nessuna risposta facile, nessun personaggio completamente nel giusto e una quantità impressionante di emozioni affidate a dettagli minuscoli.
Non a caso fu anche uno dei film scelti per una nostra uscita Amicinema.
Da quel momento Kore-eda è diventato per noi quasi uno di casa. Nel 2016 abbiamo seguito con particolare affetto Little Sister, delicatissimo racconto di quattro sorelle che imparano a riconoscersi come famiglia, seguito dagli ottimi Ritratto di famiglia con tempesta e Il terzo omicidio, mentre nel 2018 è arrivata la consacrazione definitiva con Un affare di famiglia, Palma d’Oro a Cannes.
Una famiglia composta da persone che, tecnicamente, forse famiglia non dovrebbero nemmeno essere: ladruncoli, emarginati, bambini accolti quasi per caso.
Ma Kore-eda rovescia ancora una volta le domande: conta di più il sangue o il modo in cui ci prendiamo cura gli uni degli altri? Nel suo cinema i legami più forti sono spesso quelli che la società fatica perfino a definire.
Negli ultimi anni il regista ha cominciato anche a uscire dal Giappone senza perdere la propria identità. Con Le verità ha diretto Catherine Deneuve e Juliette Binoche in Francia, mentre in Corea del Sud ha realizzato Le buone stelle – Broker, ancora una storia di bambini abbandonati e famiglie improvvisate, con Song Kang-ho premiato come miglior attore a Cannes.
Nel 2024 è arrivato nelle sale italiane L’innocenza, uno dei suoi film più costruiti e sorprendenti: la stessa vicenda osservata da punti di vista differenti, fino a trasformare quello che sembrava un dramma scolastico in una tenerissima storia di amicizia e scoperta di sé.
E con le ultime musiche di Ryuichi Sakamoto a rendere tutto ancora più prezioso.
Il Kore-eda più recente, però, non sembra avere nessuna intenzione di accomodarsi. Nel 2026 ha portato in concorso a Cannes Sheep in the Box, entrando per la prima volta in territorio fantascientifico: una coppia che ha perso il figlio accoglie in casa un robot umanoide identico al bambino scomparso. Cambiano il genere e l’ambientazione, ma la domanda rimane profondamente koreediana: che cosa rende davvero una persona parte di una famiglia?
Nello stesso anno ha presentato alla Mostra di Venezia Look Back, adattamento live action del manga di Tatsuki Fujimoto, ancora una volta concentrato sull’amicizia, sul talento, sulla perdita e sul modo in cui l’arte può aiutarci a sopravvivere.
Forse è proprio per questo che Hirokazu Kore-eda è diventato uno dei registi preferiti nelle uscite di Amicinema. I suoi film non hanno bisogno di alzare la voce per restare dentro di noi: spesso basta una cena condivisa, un bambino che osserva gli adulti, una fotografia, un ricordo o una porta che si chiude.
È un cinema profondamente giapponese e allo stesso tempo universale, capace di parlare di genitori, figli, fratelli, solitudine e seconde possibilità senza trasformare mai i sentimenti in ricatto.
E ogni volta che arriva un nuovo Kore-eda sappiamo già una cosa: sarà molto difficile uscire dalla sala esattamente come ci siamo entrati.

