La facciata perbenista e puritana dell’America

Dopo la (speriamo momentanea) divisione i fratelli Coen continuano con le loro strade cinematografiche e Ethan è il più prolifico.
 
“Honey don’t!” è scritto assieme a Tricia Cooke, montatrice, sceneggiatrice e compagna di vita (con la quale aveva scritto anche il recente “Drive-Away Dolls“).

 

L’incidente mortale (e affatto accidentale) di una coppia di Bakersfield (California), attira l’attenzione della detective Honey O’Donahue, che finisce per indagare su una setta devota a padre Dean, pastore carismatico e criminale, col vizio del sesso e della manipolazione.
Nella vita di Honey, intanto, irrompono un vecchio padre, a cui non perdona un’infanzia di abusi, e una poliziotta, con cui comincia una torrida relazione. Tra ufficio, casa e chiesa, Honey avrà la meglio sui cattivi di turno senza alzare un dito, o quasi.

 

Un grande cast con Margaret Qualley, Aubrey Plaza, Charlie Day e Chris Evans.


 

Virna Castiglioni era la nostra inviata all’anteprima stampa e diamo quindi spazio alla sua recensione:
 

Una storia ambientata in America, terra di sogni dove tutto si può costruire, tutto si può realizzare. Un film che gioca con il noir ma prende in prestito anche tanti altri generi per confezionare un film esilarante (ma il solo divertimento non è sufficiente per realizzare un film riuscito) irriverente (ma che non affonda mai il coltello fino in fondo) politicamente scorretto ma che poi cede alle lusinghe della rivendicazione LGBTQ plus e della condanna plateale sulla violenza contro le donne.
 
Splendida l’attrice protagonista impiegata che è ormai musa dell’arte dei fratelli Cohen anche se qui a dirigere la “baracca” c’è solo Ethan che cerca di staccarsi forse dall’ influenza del fratello ma rimane ancorato a solidi clichés che evidentemente sono cari ad entrambi.
Il film che ha una lunghezza contenuta, ed è un bene, si fregia di una scrittura di dialoghi arguta ma inciampa ogni tanto in battute che sono prevedibili e poco incisive. Il giallo ha una chiusura affrettata che non rende minimamente giustizia allo sviluppo e lascia con la sensazione che si sia optato per congedare lo spettatore in modo spiazzante senza esserci riusciti.
 
Il finale è un po’ forzato e poco convincente. Il cast è uno dei pregi della pellicola. Regge una sceneggiatura che in alcuni snodi appare un po’ rabberciata, poco logica, troppo surreale anche per un film che ha il chiaro intento di dissacrare il genere.
In sintesi un film che si fa guardare se non si hanno troppe aspettative, se si è clementi nel vedere la Chiesa ridotta ad una setta dove conta solo la parola del prete qualunque essa sia, i sentimenti sono calpestati e il cinismo non è mai troppo ma viene inserito in quantità industriali.
 
Il sesso e le scene splatter abbondano ma non sempre sono necessarie.
Sono un modo per proseguire la trama che in sé ha poco da dire se non scoperchiare la facciata perbenista e puritana di un’ America che spesso nasconde il peccato sotto il tappeto come si fa con la polvere ma appena ci si distrae un attimo riappare sempre.

 

Non c’è finale di articolo senza il trailer ufficiale !!

 


 

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