Il dramma di una famiglia e il dramma di un popolo

Arriva nelle sale italiane con Officine UBU “Tutto quello che resta di te”, il film presentato al Sundance in selezione ufficiale e applaudito in molti altri festival internazionali.
 
Il film è diretto dalla regista palestinese-americana Cherien Dabis, già nota per aver dato vita a un nuovo genere di narrazione arabo-americana, infondendo complessità e umanità nelle storie che scrive, dirige e interpreta.

 

Cisgiordania, 1988. Un adolescente palestinese si unisce con determinazione alle proteste locali contro i soldati israeliani.
Improvvisamente la scena si blocca e, con fervore e angoscia dipinti sul volto, la madre si rivolge a noi – testimoni dei capitoli bui del secolo scorso e di questi giorni – per iniziare a raccontare la storia di tre generazioni di una famiglia sradicata, a partire dal 1948, quando le organizzazioni paramilitari sioniste espulsero più di 700.000 palestinesi dalle loro case.

 

Con appunto Cherien Dabis, Maria Zreik, Saleh Bakri, Adam Bakri, Mohammad Bakri (ricordate il bel “Wajib – Invito al matrimonio” ?)


 

La nostra inviata Ornella Dallavalle era presente all’anteprima stampa e questa è la sua recensione.
 
La storia inizia a Jaffa nel 1948, quando la città appartiene ancora alla Palestina ed è famosa per i suoi vasti frutteti. La famiglia di Sharif vive in una bella villa adiacente all’immenso aranceto che rappresenta, ormai da generazioni, il loro sostentamento. La loro è una vita serena, basata sul profondo amore che li lega, ma è messa duramente alla prova per le preoccupazioni che aumentano giorno dopo giorno in seguito agli attacchi israeliani.
 
Il dramma di una famiglia, che rappresenta il dramma di un popolo, inizia dalla scelta tra combattere o abbandonare la propria terra e la propria casa per sopravvivere e si protrae per tre generazioni attraverso un racconto intimo ed empatico che mette al centro il trauma intergenerazionale, la perdita, il coraggio di opporsi e la memoria.
 
Uno dei fili sottesi del film è il ruolo della lingua, delle parole, della poesia. “Io sono il mare: nelle mie profondità le perle sono nascoste”. La memoria diventa il legame tra le generazioni che trasforma il lutto in racconto, che da voce alla perdita e significato all’abbandono. Ciò che è doloroso può essere trasformato, simbolizzato, reso trasmissibile e avere significato.
Un finale che fa riflettere sull’importanza di restare umani, un cast eccezionale per una storia che fa luce anche sulle vicende attuali e resta nel cuore. Da vedere!

 

Che ne dite di vederci il trailer ufficiale ?

 


 

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