Il primo uomo

Mercoledi’ 2 maggio “Il primo uomo” e’ stato protagonista dell’uscita degli Amicinema.

Come da buona abitudine apriamo lo spazio dedicato a tutti i commenti, critiche e spunti di discussione che vorrete lasciare sul film.

 

Dati Tecnici
Regia: Gianni Amelio
Con: Jacques Gamblin, Catherine Sola, Maya Sansa, Denis Podalydès e Ulla Baugué.
Durata: 100 min

 

Trama del film
Jacques Cormery torna, nel 1957, nella natìa Algeria alla ricerca dei ricordi della sua infanzia. Il Paese è diviso tra chi vuole restare legato alla Francia e quelli che esigono l’indipendenza immediata. Le memorie della madre e della nonna di Jacques tornano impetuose dalle foschie del passato.”

 

Trailer
http://www.youtube.com/watch?v=3f5YdnJO264

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  1. Marilù Airoldi scrive:

    Mi ha emozionato tutto il racconto. Un racconto dolce, semplice, pulito seppur crudo e realista. In modo particolare mi ha colpito il rapporto profondo e complice con la madre. Quella madre umile, sempre a testa china, che ha saputo dare al proprio figlio un futuro…quello che lei non aveva mai avuto (o non aveva mai desiderato).
    Nella storia personale di Camus, si rispecchia quella del regista,Gianni Amelio, cresciuto nella Calabria povera e assolata del secondo dopoguerra fino a respirarne tutta l’amarezza e la durezza.
    Un film meraviglioso.

  2. Davide Righini scrive:

    Ho fatto sedimentare le impressioni che mi ha dato questo film e sono certamente positive;tuttavia c’è molto, forse troppo….sullo sfondo di una Algeria evidentemente amatissima da Camus, e, come già osservato, non molto diversa dai nostri paesaggi meridionali, la vicenda di un bambino che diventa uomo grazie ad un maestro (di vita, letteralmente). Le storie familiari minime che si intrecciano con la Storia (con la S maiuscola), cioè con il movimento di liberazione algerino che porterà alla cacciata dei colonizzatori francesi, sono tratteggiate delicatamente e il doppio binario tra passato e presente a volte non è immediatamente intelleggibile.
    Una osservazione curiosa: pur essendo una produzione francese di argomento che più francese non si può è stato affidato ad un italiano; forse il ricordo del capolavoro di Pontecorvo “La battaglia di Algeri” avrà influito, forse Amelio aveva le caratteristiche giuste per rendere, come in effetti ha reso, certe atmosfere, e forse il fatto che essere italiani permette una maggiore”neutralità” rispetto ad un regista francese.
    La vicenda algerina per i francesi in generale (e per Camus, che era un “pied-noir” cioè un francese nato in Algeria, in particolare) ha avuto delle ripercussioni sulla politica francese che sono andate ben oltre il 1962, anno dell’indipendenza (tanto per dirne una, i francesi hanno sabotato il governo legittimamente eletto dagli algerini negli anni ’90 perchè pericolosamente “estremista”, cioè, troppo poco incline a favorire gli interessi francesi, il che ha portato ad una “simpatica” sequenza di bombe a Parigi nell’agosto 1995..come lo so? ero lì e ho pure rischiato..).
    Camus ha cercato sino all’ultimo di mediare, esattamente come nel film, di evitare il bagno di sangue che invece ci è verificato…il romanzo è incompiuto, così come la sua missione, visto che è morto prima di vedere la fine ad una (per lui) assolutamente illogica battaglia.
    Secondo me questo è molto più che un film…è una situazione quasi “epica”, “religiosa”: cosa può fare l’uomo giusto davanti alla barbarie? tema affascinante come pochi altri.

  3. Annafranca Geusa scrive:

    Questa volta non riesco a trovare subito parole mie per descrivere “Il primo uomo” per cui mi accosto al commento di Pietro Diomede che descrive perfettamente le mie sensazioni per quanto riguarda la prima parte del film, Jean Cormery bambino, la poesia di questa parte di film, la sua educazione da parte di due eccezionali donne, autorevole la nonna, dolce e comprensiva la madre (la bella e brava Maya Sansa), in un completamento che porta il piccolo Jean a maturare sentimenti di onestà, correttezza, empatia e giustizia, e da parte del professore Bernard, che cerca nuovi modi di insegnare per conciliare due culture diverse, un po’ nemiche, un po’ necessarie l’una all’altra, e che supporta il piccolo Jean. Meravigliosa la scena della liberazione dei cani, e della cocente rabbia per l’ingiustizia subita. E mi colpisce particolarmente al cuore l’immagine del piccolo sulla spiaggia, sintesi di quella equiparazione con il (mio) meridione, che Amelio (come giustamente sottolinea Pietro) vuole evidenziare autobiograficamente: gli occhi del piccolo Jean percorrono carezzevolmente quell’umanità ritrovatasi sulla spiaggia, un po’ estraniandosi, come può esserlo nel ricordo di un adulto che si sente sì parte integrante di quella terra, ma tuttavia consapevole dell’esistenza di un qualche “muro” che da lì a poco dovrà essere affrontato.
    Jean adulto però mi ha convinta meno, forse lo sguardo troppo languido di Jacques Gamblin, il suo troppo soffermarsi in un silenzio e in una mollezza quasi inespressivi (o monoespressivi), sia nel rimirare la madre, o nel guardare la tomba del padre o nell’affrontare un discorso importante e determinate agli studenti o alla radio, mi ha dato un senso di distacco, di freddezza che ha allontanato il pathos iniziale del film. Recupera un po’ l’incontro con il vecchio compagno, il rispetto reciproco e la tensione che ci si porta dietro dall’infanzia, dal tempo in cui le culture convivevano un po’ estranee ma alla fine complementari, e l’incontro con il giovane orgoglioso e fiero attivista, la nuova Algeria, che non farà sconti.
    Nel complesso un film da vedere, anche per la bellezza della fotografia, nonostante il senso di distacco che mi ha lasciato nella parte finale.

  4. Cristina Ruggieri scrive:

    Il primo uomo è il racconto di una terra amata, sognata desiderata e rimpianta, l’Algeria, che però appartiene a un altro popolo. E poichè l’intellettuale Camus non può non riconoscere ad un popolo il diritto a vivere nella propria terra, è anche il racconto di un sogno, un’utopia: quella di due popoli che convivono con giustizia e rispetto reciproco sulla stessa terra. Per Camus l’Algeria è la terra in cui è nato e cresciuto, e in cui si è formata la sua sensibilità di scrittore.
    E il primo uomo è allora anche il racconto dello straordinario potere della letteratura (e grazie ad Amelio anche del cinema), capace di raccontare la verità irrazionale dell’appartenenza a una terra che è di un altro popolo. Perchè, dal punto di vista razionale e legale i franco algerini non hanno titoli per reclamare questa appartenenza. E ancora meno ne hanno i francesi, che quella terra hanno conquistato con le armi, che la considerano una colonia povera e sottosviluppata e che trattano gli arabi algerini come barbari da civilizzare (come recitano i ragazzini all’esame di quinta elementare).
    E invece noi spettatori, grazie alla letteratura di Camus e al cinema di Amelio riusciamo a capire il senso di appartenza che nasce quando una terra ospita la casa di tua madre, custodisce i ricordi dell’infanzia, contiene le persone e le idee che hanno costruito la tua identità. Attraverso Camus il film ricostruisce questa identità franco algerina. E ce ne fa percepire anche la nostalgia legata alla consapevolezza che oggi (ma probabilmente anche quando Camus ha scritto il romanzo) non esiste più.
    Il sogno di Camus, la possibilità di una terra condivisa ahimè è breve (come recita Camus ragazzino all’esame di quinta elementare “la vie si brève, la vie du rêve”), perchè nè i francesi, nè gli arabi sono disposti a convivere rispettandosi. L’esercito francese è violento nel tentativo di conservare la colonia algerina e gli arabi sono determinati a riprendersi il governo del paese che hanno abitato da sempre.
    Non si dimentica facilmente il viso del giovane terrorista pronto a diventare martire per farsi esempio della brutalità francese davanti al suo popolo e convincerlo della necessità di ribellarsi al potere straniero.
    Forse il più bel film di Amelio.

  5. Daniela Lazzara scrive:

    Questo film m’ha fatto pensare ad un libro letto abbastanza di recente (Austerlitz), non c’entra Camus, non c’entra il conflitto franco-algerino. L’associazione spontanea è dovuta all’idea per cui la conoscenza di sé non può prescindere dal passato, dal proprio passato, dalle origini, dalla storia familiare e, perché no, da quella del tuo paese. Il protagonista del film, che la vita, col suo scorrere, ha portato distante dalla propria terra, lì finisce per tornare e l’occasione è propizia per mettere a posto determinati tasselli familiari, per chiudere dei cerchi e per definire bene se stesso, la sua fede nella difesa della vita e delle ragioni di un popolo, l’orrore per qualsiasi atto che ignori o neghi quelle ragioni, in nome di una pacifica integrazione (“dicono che siamo in guerra”, “la Francia è bella, ma non ci sono gli Arabi”). In mente ho ancora alcune scene dialogiche, (nonna-bambino, Cormery e Amud adulti, madre-Jacques) in cui emerge un mondo di valori innocenti e assoluti: l’onestà, il rispetto per la parola data, il sacrificio speso per un’idea. Grandissimo plauso al piccolo attore. Meravigliosa la fotografia.

  6. Roberta Ottavianelli scrive:

    Film bellissimo, che ha toccato mie corde interiori molto sensibili, prima tra tutte il rapporto tra la dolcissima madre e il suo bambino.

    E’ un film sui legami umani, profondi e resistenti, sulla loro ricerca a ritroso e sul loro resistere al tempo e alle umane vicende, legami di esseri umani con altri esseri umani, fili resistenti che vanno oltre la razza e gli ideali, che danno un senso all’esistenza, fili che il protagonista riannoda nel suo ritorno.
    Il figlio e il padre, il figlio e la madre, il maestro di scuola e di vita, il tenero zio, i due compagni di scuola; incontri che salvano vite e aprono percorsi, gli incontri di una vita, gli incontri-rifugio li chiamo io, a cui torni quando il resto crolla.

    E la terra d’Algeria, anch’essa assoluta protagonista: è l’ambiente naturale e sociale che plasma le persone sensibili, che rimane nel sangue e circola per sempre come un richiamo (rammentate la madre che dice che non torna in Francia perchè non ci sono gli arabi?).
    E la guerra, certo, la guerra che spezza, ma non è la denuncia l’obiettivo di questo film.

    Un film commovente, con tanti momenti di pura poesia, uno tra tutti: gli sguardi dei bambini che assistono al parto, che attraverso i loro occhi ritorna ad essere quell’evento così naturale e straordinario che è, come il sorriso di uno dei piccoli al suono del primo vagito.
    Ma anche le bianche Madonne al capezzale del figlio ghigliottinato, e il carro dei cani stagliato nel tramonto.

    E’ un film lento, nel senso positivo del termine; ma rispetto alla lentezza fredda e distante di “A simple life” questa è una lentezza calda, assolata, luminosa, avvolgente come il vento algerino che quasi ti sembra di sentire davvero, e accogliente come il mare.

    Era da un po’ di tempo che non mi sentivo così serena dopo essere stata al cinema.

  7. Pietro Diomede scrive:

    Tratto dal romanzo postumo di Albert Camus, Il primo uomo è un viaggio dentro il proprio io del protagonista Jacques Cormery scrittore stimato a livello mondiale (alter-ego dello stesso Camus) che arriva nella sua amata Algeria alla vigilia della guerra di Liberazione cercando di convincere gli studenti che la convivenza tra arabi e francesi sia possibile ed è l’unica via per una nuova Algeria.
    Incontrando l’amata madre incomincia un percorso a ritroso nella memoria, alla ricerca di un padre mai conosciuto morto nella prima guerra mondiale per la Patria (ossia la Francia) e del senso di appartenenza alla propria terra.
    In fase di presentazione il regista Gianni Amelio ha più volte evidenziato il parallelismo tra le pagine di Camus e la sua vita in Calabria…e in effetti la rappresentazione dell’Algeria anni ’20 ricorda molto il nostro meridione.
    In tutto il film c’è tanto Amelio pensiero. Non è un caso, parafrasando il suo film più importante, definirlo “il regista di bambini”. La parte migliore del film si svolge nel passato del protagonista cresciuto in una famiglia fortemente matriarcale con una nonna despota e violenta, e una mamma tenera e silente….il regista gira tutto ad altezza bambino (toccante la scena del macellaio), un bambino povero di mezzi ma ricco nel sapere che troverà nel maestro Bernard il mezzo per poter uscire dalle sabbie mobili del suo quartiere.
    C’è tanto Amelio anche nella parte più decisamente politica ambientata nel finire degli anni ’50 e il parallelismo con il suo Colpire al cuore è immediato (molto bello il confronto tra il suo compagno di scuola e il figlio diciottenne pseudo terrorista in carcere; intenso l’attacco terroristico al bus).
    Se della bravura dei bambini abbiamo parlato in precedenza non possiamo non segnalare la faccia malinconica e sofferta di Jacques Gamblin e quella dolce e serena di Catherine Sola…..facce sempre messe in risalto dai primi piani di Gianni Amelio.
    Da segnalare e apprezzare l’idea di far doppiare il film da Attori con la A maiuscola del nostro cinema quali Favino, Rubini, Rossi Stuart e Ilaria Occhini.
    Rispetto a Le Chiavi di Casa e La stella che non c’è, Il primo Uomo è un’opera che ci riporta un Amelio più poetico e raffinato forse un po’ datato da un punto di vista stilistico ma decisamente molto fermo in ottica narrativa
    Voto 7,5

  8. Stefano Chiesa scrive:

    Mi e’ rimasto impresso il commento di Carolina Garbin su Camus “E’ un autore che riesce sempre a commuovermi perche’ sa arrivare al cuore,forse proprio perche’ sa toccare la fragilita’ dell animo umano”.
    Ecco mi sembra un giudizio molto pertinente e sul quale posso aggiungere che a sua volta Amelio riesce a commuovere perche’ riesce a filmare e a cogliere questa essenza del racconto di Camus.
    “Il primo uomo” mi e’ piaciuto moltissimo, poche volte sono rimasto alla fine della proiezione senza parole e con un grumo forte nel cuore, un groviglio di emozioni che si sono dipanate piano piano nella serata.
    Amelio riesce a tratteggiare dei personaggi davvero umani, le loro parole, i loro gesti, i loro silenzi sono piu’ veri del vero, sono di una intensità tale che fuoriesce dalla pellicola e si fa concreta.
    Il rapporto figlio-madre, il rispetto per chi ci ha educato (“Un bambino è il germoglio dell’uomo che sarà”), l’orgoglio della madre verso il figlio, la nostalgia per il passato ormai perso (ma del quale si sottolinea il valore formativo) l’impegno civile per la pace, per una giustizia uguale per tutti, sono tutti temi che ho trovato profondi e ben celati tra le pieghe e gli anfratti di questo film.
    E il discorso che Jean Cormery tiene alla radio sull’unità e sul rispetto mi ha riscaldato il cuore perche’ e’ esattamente quello che penso io e che amaramente mi fa pensare a certi comizi di politici nostrani.

    • Carolina Garbin scrive:

      Sono contenta Stefano che tu abbia apprezzato il mio commento,sono onorata:).Ho studiato molto Camus a scuola ,all’universita’ e l’ho addirittura portato alla maturita’.Mi piace molto.Lui analizza l’assurdo dell uomo come condizione alinante,proponendo una sola cura per risolverlo…la solidarieta’ umana,per quanto,anche il rapporto con l altro venga visto da lui in modo conflittuale.Cio’ che mi piace soprattutto di Camus e’ che riesce sempre a proporre questa visione tragica con la purezza ,la dolcezza e la pacata semplicitaì di un bambino e come dice Santa Maria Teresa di Calcutta….i migliori professori sono i bambini….che non hanno ancora tutte quelle complicazioni cerebrali degli adulti e riescono quindi sempre a stupire e a commuovere.Molto bello il film di ieri sera coronato anche da delle fotografie quasi all’altezza di quadri impressionistici.Ho appena finito di leggere l’opera teatrale “le malentendu”il malinteso…molto interessante anche quello.A presto!:)

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