Sam Neill apparteneva a quella preziosa categoria di attori capaci di rendere credibile qualsiasi situazione: un incontro romantico nell’Australia di fine Ottocento, un matrimonio che precipita nell’incubo, una spedizione tra dinosauri o persino un viaggio nello spazio destinato a finire molto male.
Nato come Nigel John Dermot Neill il 14 settembre 1947 a Omagh, nell’Irlanda del Nord, si trasferì ancora bambino con la famiglia in Nuova Zelanda, il Paese che avrebbe sempre considerato casa. La sua carriera copre oltre cinquant’anni di cinema e più di centocinquanta interpretazioni.
Prima di diventare un volto conosciuto in tutto il mondo, Neill lavorò per la New Zealand National Film Unit, realizzando documentari e cortometraggi. La prima vera svolta arrivò con *Sleeping Dogs* del 1977, uno dei film fondamentali per la rinascita del cinema neozelandese. Poco dopo Gillian Armstrong lo volle accanto a Judy Davis in *La mia brillante carriera*, dove il suo Harry Beecham possedeva già tutte le caratteristiche che avremmo imparato ad amare: fascino, misura e quella sottile malinconia che sembrava affiorare anche quando il personaggio sorrideva.
Negli anni Ottanta dimostrò subito di non voler restare prigioniero del ruolo del gentiluomo romantico. Fu l’inquietante Damien Thorn in *Conflitto finale*, il terzo capitolo della saga di *Omen*, e soprattutto il marito travolto dalla follia emotiva di Isabelle Adjani nel perturbante *Possession* di Andrzej Żuławski. Passava con naturalezza dal dramma storico al thriller, dalla televisione di *Reilly, l’asso delle spie* al dolore composto di *Un grido nella notte*, senza mai dare l’impressione di esibirsi: Neill recitava come se stesse pensando davanti alla macchina da presa.
Alla fine del decennio arrivarono altri ruoli memorabili. In *Ore 10: calma piatta*, al fianco di Nicole Kidman, affrontava un viaggio in mare trasformato in un tesissimo gioco di sopravvivenza; in *Caccia a Ottobre Rosso* vestiva invece l’uniforme del comandante Borodin, regalando umanità anche a un personaggio circondato da sottomarini, strategie militari e tensioni da Guerra fredda. Era ormai uno degli attori più affidabili del cinema internazionale: uno di quelli che, appena entravano in scena, facevano immediatamente salire il livello del film.
Poi, naturalmente, arrivò il professor Alan Grant. Con *Jurassic Park* di Steven Spielberg, nel 1993, Sam Neill entrò definitivamente nell’immaginario popolare. Il paleontologo insofferente ai bambini, costretto a proteggerne due mentre un tirannosauro passeggiava poco lontano, divenne un eroe proprio perché non sembrava affatto interessato a esserlo.
Nello stesso anno Neill apparve anche in *Lezioni di piano* di Jane Campion: due opere diversissime, un gigantesco spettacolo hollywoodiano e un raffinato dramma d’autore, che riassumono perfettamente la libertà con cui attraversò il cinema.
Negli anni successivi continuò a divertirsi cambiando continuamente genere: l’orrore visionario de *Il seme della follia*, la fantascienza nerissima di *Punto di non ritorno*, il mondo televisivo di *Merlin* e, più avanti, il minaccioso ispettore Campbell di *Peaky Blinders*.
Seppe anche mostrare un lato più tenero e ironico in *Hunt for the Wilderpeople* di Taika Waititi, dove interpretava un burbero uomo dei boschi trascinato in una fuga assurda e commovente. Tornò infine ai dinosauri con *Jurassic World – Il dominio*, ritrovando Laura Dern e Jeff Goldblum come tre vecchi amici che il pubblico non aveva mai davvero dimenticato.
Negli ultimi anni aveva raccontato pubblicamente la propria battaglia contro un raro tumore del sangue, poi entrato in remissione grazie a una terapia CAR-T. Ne parlò con sincerità e con il consueto umorismo nel libro autobiografico *Did I Ever Tell You This?*, continuando intanto a recitare, a occuparsi della sua azienda vinicola Two Paddocks e a pubblicare irresistibili video dalla sua fattoria neozelandese.
Aveva completato quattro nuovi progetti soltanto nell’ultimo anno: un’uscita di scena coerente con tutta la sua vita, senza enfasi e senza fermarsi. Sam Neill non è stato soltanto l’uomo che guardava con terrore un velociraptor. È stato uno di quegli attori che ci facevano sentire a casa, qualunque fosse il film: e per chi ama davvero il cinema, questa è forse la forma più bella per essere ricordati per sempre nel cuore di ogni appassionato.
