Una separazione

Mercoledi’ 2 novembre “Una separazione” e’ stato protagonista dell’uscita degli Amici del Cinema. Abbiamo raccolto i commenti di chi ha visto il film quella sera.

Stefano
“Un film di rara intesità e compattezza narrativa. Un immersione totale in un mondo sociale dove i personaggi sono posti davanti a scelte difficili e la soluzione del sopravvivere vince (quasi) sempre su una posizione morale e etica. Tranne nello sguardo puro e senza compromessi dei bambini.
Farhadi continua nella sua rappresentazione di uno spaccato della realtà iraniana, ponendo lo sguardo ancora una volta sulla middle class di Teheran quando normalmente la filmografia internazionale tende a raccontarsi il paese piu’ povero e meno acculturato. Cosi’ facendo i personaggi assumono quasi una valenza universale (potrebbe tranquillamente anche essere la società europea borghese), anche se in questo film la religione, piu’ nell’aspetto di norme di vita quotidiane, ha un grande peso. Basta vedere la semicomica telefonata per capire se pulire il padre malato di Alzheimer sia o meno peccato.
Mi e’ piaciuta la scelta del regista di far parlare le immagini, senza proporci facili interpretazioni o palesi simbolismi (ad esempio uno dei piccoli difetti del film di Sorrentino).
E la scena finale suggella magistralmente questa separazione. Fisica e morale.”

Omer
“La tua anlisi è interessante, ma anche i bambini scendono a compromessi (la figlia è costretta ba mentire in tribunale). Io l’aspetto religioso lo trovato marginale, presente, ma non predominante. La figurata del padre separato continua a non piacermi. Si presenta come un sostenitore dei valori della tradizione (insegna il persioano alla figlia) e dei valori dell’iran, ma non ci pensa due volte a mentire per salvare se stesso. La forza vera sta nell’ammettere i propri errori, nascondersi dietro i figli e costringerli a mentire (senza nemmeno chiederlo) lo trovo un comportamento estremamente laido.”

Michela
“L’unica cosa che secondo me viene fuori dal film (che mi è piaciuta) è la forza delle donne. La figlia, la moglie, la badante, durante tutto il film sono alla ricerca della soluzione…perfetta o imperfetta che sia..”

Cristina
“Omer, il padre non mente. E lo spiega alla figlia, e la figlia capisce e gli crede. Concordo con Stefano: è un film universale. E’ un film sui valori etici umani, che sono più complessi dei sistemi di regole che gli uomini hanno inventato per darsi un ordine: la legge, la religione. Il bello del film è che nessun personaggio è completamente dalla parte del giusto. Tutti, dal proprio punto di vista hanno ragione, ma anche torto rispetto a uno sguardo esterno. Anche la moglie che vuole andare all’estero dice cose terribili sul povero padre malato di Alzheimer. La grande assente è la verità, che nessuno ha il coraggio di dire fino in fondo. Se tutti la dicessero, forse sarebbe possibile una soluzione equa per tutti. Senza, c’è la separazione evocata dal titolo. Che non è solo tra una visione tradizionale e una moderna della vita, ma anche tra le classi sociali, la famiglia borghese e quella proletaria. Per la profondità dei temi etici trattati definirei il regista il Kieslowski iraniano.”

Davide
“Cristina: sono d’accordo con te nella spiegazione del film ma soprattutto nella definizione del regista come il Kieslowsky iraniano; ritrovo davvero lo stesso rigore nella sceneggiatura e nella recitazione…e come Kieslowsky si trova ad agire in un contesto culturale e politico difficilissimo (la dittatura comunista per uno, la soffocante e ipocrita teocrazia per l’altro) eppure che risultato!! Questa è un’altra prova di come la censura non riesce mai a zittire completamente il talento. Postilla: non so se veramente i processi si svolgano così ; certo è che se così fosse ci sarebbe di che avere paura…tutto, troppo potere al giudice (comunque ora che ci penso anche ne “I gatti persiani” ci sono state scene simili, quindi è credibile)”

Elisabetta
“Difendere la vita o proteggere la propria… questo è un altro aspetto del film, che mi ha molto colpita. Il padre nn si fa scrupolo a lasciare andar via la moglie, nonostante la situazione familiare non lo consenta. La donna incinta di contro non esita a fare lei un lavoro palesemente non adatto alle sue condizioni. Entrambi proteggono se stessi, senza pensare alle responsabilità che hanno l’uno nei confronti della figlia, l’altra nei confronti del nascituro. Si barricano dietro il loro ruolo sociale di figlio-moglie per evidenziare di fatto l’irresolutezza dell’uno e dell’altro. Film bellissimo, il migliore visto fin’ora. Dove il dramma non è solo nei fatti che rovinosamente si succedono, ma nell’impossibilità di porre rimedio, di trovare quella soluzione che all’inizio del film la mamma voleva dal giudice….”

Rosaria
“Questo film mi ha molto coinvolto emotivamente. Lo trovo di estrema attualità, anche le dinamiche della separazione sono universali. Ho riscontrato l’aggressività e l’egoismo di entrambi i genitori nel difendere strenuamente le proprie posizioni senza curarsi della sensibilità della figlia. Ritrovo l’assenza della voglia di ascoltare e comprendere il partner, l’assenza della volontà di ricoporre la coppia, la mancanza di sensibilità (verso l’anziano malato e la ragazzina lacerata dalla scelta innaturale tra l’amore per la madre e per il padre). L’unica figura positiva e matura, suo malgrado, è quella della figlia che cerca la verità, cerca di mediare raccogliendo le confidenze sia della madre che del padre, l’unica che agisce con il fermo proposito di mantenere unita la famiglia (ad esempio quando sceglie, inizialmente, di vivere con il padre essendo consapevole che la madre nn si allontanerebbe mai senza di lei). Come sempre i bambini sono la parte migliore della società!!!! Per quanto riguarda la religione era ovvio che avesse rilevanza in uno Stato in cui la morale e il diritto coincidono. Ciò non toglie che nell’economia della trama non è l’aspetto principale. Il finale aperto è di forte impatto emotivo ma a ben guardare qualsiasi “scelta” sarebbe stata irrilevante: la scelta in se è inaccettabile, contro natura!!! Si tratta sicuramente del film che mi ha conquistato di più finora!!!”

Marta
Il marito non è giustificabile quando dice “per me in quel momento non era incinta”, perché altrimenti dovremmo giustificare qualsiasi attacco d’ira che faccia perdere il lume della ragione. La donna è forse irresponsabile, ma non colpevole, perché in fondo ha legato il padre solo per impedirgli di uscire e farsi tirare sotto da una macchina. E nemmeno la bambina mette d’accordo tutti, perché anche lei mente quando le conviene farlo (più dibattuta degli altri perché in un’età in cui sta formando la propria coscienza morale). E infatti il “senso” del film è proprio la complessità, cioè alla fin fine “l’impossibilità di dare un senso”. Come nell’altrettanto bello About Elly, usciamo dal cinema disorientati, perché in genere i film – a differenza della realtà – ti danno una chiave di interpretazione, ti fanno capire chiaramente chi è nel giusto e chi sbaglia. Ieri al nostro tavolo abbiamo fatto un giochino: ciascuno di noi doveva scrivere su un pezzo di carta per quale personaggio parteggiava. Ebbene: anche noi ci siamo “separati” e nessun personaggio ha trionfato sugli altri. Il che è perfettamente in linea con il finale aperto: non esiste una scelta più giusta dell’altra. Intervistato, il regista (bravissimo!) dice che lui stesso “non sa che cosa ha deciso la bambina”, perché lui stesso non sa da che parte stare.



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  1. Luca Tavian scrive:

    Una soluzione onorevole per entrambe le famiglie sarebbe stata quella di riconoscere un’indennità a Razieh (la donna che ha perso il bambino) perché l’infortunio è avvenuto durante l’orario di lavoro. Purtroppo tutti hanno paura della verità e mentono credendo di salvaguardare i propri interessi.

    I soldi mancanti erano quelli presi da Simin per pagare i facchini che avevano spostato il pianoforte.

    Ho notato che non c’è la voce del film sulla wikipedia italiana
    http://en.wikipedia.org/wiki/Nader_and_Simin,_A_Separation

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