Presentato in concorso al 79° Festival di Cannes, dove Pawel Pawlikowski ha conquistato ex aequo il premio per la miglior regia, “Fatherland” segna il ritorno del regista polacco al lungometraggio dopo “Cold War“.
Il film è stato inoltre scelto dalla Polonia per rappresentare il Paese nella corsa all’Oscar 2027 per il miglior film internazionale.
Ancora una volta Pawlikowski guarda alla storia europea attraverso una vicenda privata: quella dello scrittore Thomas Mann e di sua figlia Erika, chiamati a confrontarsi non soltanto con una Germania appena uscita dalla catastrofe nazista, ma anche con le ferite della propria famiglia.
Germania, estate del 1949. Dopo sedici anni di esilio negli Stati Uniti, il premio Nobel Thomas Mann torna per la prima volta nel Paese che aveva lasciato con l’avvento del nazismo. Ad accompagnarlo è la figlia Erika, attrice, scrittrice e giornalista, profondamente segnata dalla recente morte del fratello Klaus.
A bordo di una Buick nera, padre e figlia attraversano un Paese in macerie, dalla Francoforte controllata dagli americani fino a Weimar, nella zona sovietica. Il viaggio, compiuto nel pieno della nascente Guerra fredda, diventa presto anche un confronto tra due modi diversi di guardare la Germania, il passato e il peso della memoria.
Sandra Hüller interpreta Erika Mann, donna indipendente, cosmopolita e politicamente impegnata, mentre Hanns Zischler veste i panni di Thomas Mann. August Diehl è Klaus Mann, la cui presenza continua ad attraversare il film anche dopo la sua morte.
Nel cast troviamo inoltre Devid Striesow nel ruolo dello scrittore e politico Johannes R. Becher, Anna Madeley, Joachim Meyerhoff, David Menkin ed Enno Trebs.
Pawlikowski affida ancora una volta la fotografia a Lukasz Zal, suo storico collaboratore in “Ida” e “Cold War”, scegliendo il bianco e nero e il formato Academy per trasformare il viaggio dei personaggi in una successione di immagini essenziali e rigorose.
Intervistato da Cineuropa durante il Festival di Cannes, Pawel Pawlikowski racconta che all’origine di “Fatherland” non c’era il desiderio di realizzare un tradizionale film biografico su Thomas Mann. A interessarlo era soprattutto un momento preciso della sua vita: il ritorno nella Germania del dopoguerra e il rapporto complesso con i figli Erika e Klaus. Padre, figlio e figlia formano, secondo il regista, un triangolo affettivo fatto contemporaneamente di amore, lealtà e risentimento, abbastanza ricco da diventare il vero centro emotivo del film.
Il viaggio permette inoltre di mettere i protagonisti davanti a una Germania spaccata in due. Da una parte c’è la zona occidentale, dall’altra quella sovietica, ma Pawlikowski evita di trasformare la storia in una semplice contrapposizione ideologica. Ciò che gli interessa è osservare come i personaggi reagiscono a un Paese materialmente distrutto e moralmente ancora incapace di comprendere fino in fondo ciò che è appena accaduto.
Anche qui il regista lavora per sottrazione. Alla domanda su come riesca a rendere i suoi film così essenziali, risponde: “Per eliminazione.” Durante la scrittura e il montaggio continua a togliere spiegazioni, informazioni e passaggi troppo didascalici, cercando di lasciare soltanto scene capaci di vivere da sole e di produrre una risonanza nello spettatore.
Il bianco e nero e il formato quasi quadrato proseguono una ricerca iniziata con “Ida”. Pawlikowski racconta che allora aveva deciso di trattare ogni inquadratura quasi come una fotografia, rinunciando ai movimenti di macchina più convenzionali e ispirandosi anche agli album di famiglia polacchi degli anni Sessanta. Quell’esperienza è diventata progressivamente una vera grammatica visiva, ripresa poi in “Cold War” e ora in “Fatherland”.
La scelta di Sandra Hüller e Hanns Zischler è stata, secondo Pawlikowski, quasi naturale. Hüller possiede per lui una qualità senza tempo, mentre Zischler porta al personaggio di Thomas Mann un’eleganza e un’ironia particolarmente adatte. Il regista scoprì inoltre che l’attore aveva già registrato i diari dello scrittore per un podcast e conosceva quindi profondamente il personaggio. Anche August Diehl, interprete di Klaus, era da tempo un estimatore della sua opera letteraria.
Particolarmente significativo è infine il titolo. Pawlikowski ammette che “Fatherland” è una parola pesante, soprattutto in tedesco e dopo l’uso che ne fece il nazismo. Ma proprio Thomas Mann continuò a utilizzarla nei suoi discorsi del dopoguerra, contribuendo, secondo il regista, a restituirle una dignità che la propaganda nazista aveva quasi cancellato. Il titolo diventa così anche una domanda: che cosa significa tornare a chiamare patria un luogo dal quale si è stati costretti a fuggire ?
Concludiamo come sempre con le immagini del bel trailer di questo atteso film !
