Presentato in concorso al Festival di Cannes 2026, “Sheep in the Box” è il nuovo film di Hirokazu Kore-eda, uno dei grandi maestri contemporanei del cinema giapponese e Palma d’Oro nel 2018 per “Un affare di famiglia“.
Ancora una volta al centro del suo cinema troviamo la famiglia, i legami e la perdita, ma questa volta Kore-eda sceglie una strada per lui insolita: quella della fantascienza.
Una fantascienza molto vicina al nostro presente, in cui l’Intelligenza Artificiale diventa uno strumento per interrogarsi su cosa significhi essere genitori, figli e, soprattutto, esseri umani.
Siamo in un futuro non troppo lontano. Otone e Kensuke hanno perso il loro giovane figlio Kakeru e cercano faticosamente di convivere con il dolore. A cambiare le loro vite arriva una possibilità impensabile fino a pochi anni prima: accogliere in casa un robot umanoide perfettamente identico al bambino scomparso, costruito utilizzando immagini, informazioni e ricordi di Kakeru.
Quello che inizialmente sembra uno strumento per affrontare il lutto si trasforma presto in qualcosa di molto più complesso. Il nuovo Kakeru comincia infatti a crescere, conoscere il mondo e sviluppare una propria individualità, costringendo Otone e Kensuke a confrontarsi ancora una volta con la domanda più difficile per ogni genitore: fino a che punto un figlio ci appartiene?
Haruka Ayase interpreta Otone, mentre Daigo è suo marito Kensuke.
Il giovanissimo Rimu Kuwaki, appena dieci anni durante la lavorazione, affronta il difficile ruolo di Kakeru, il bambino umanoide attorno al quale ruota tutta la storia. Nel cast troviamo anche Nana Seino.
Kore-eda affida così ancora una volta una parte fondamentale del proprio cinema allo sguardo di un bambino, anche se questa volta la domanda che accompagna lo spettatore è inevitabilmente diversa: quel bambino è davvero ancora un bambino?
Ecco le parole del regista nipponico da una recente intervista alla Lucky Red:
L’idea di questo film mi è venuta nella primavera dello scorso anno, quando mi sono imbattuto in un articolo di giornale su un’azienda cinese che utilizza l’intelligenza artificiale generativa per riportare in vita i defunti.
Avevo sentito parlare di un progetto simile anche in Giappone, dove questa tecnologia era stata utilizzata per riportare in vita un famoso cantante scomparso per fargli interpretare una canzone inedita, cosa che ha suscitato reazioni molto contrastanti.
Sebbene a mio parere la questione etica “A chi appartengono davvero i morti?” sia di grande rilevanza, capisco che quando perdi una persona cara
provi il desiderio di rivederla, in un modo o nell’altro, e di dirle tutto ciò che non le hai potuto dire quando era in vita. Ho quindi voluto scrivere una storia incentrata su personaggi alle prese con queste problematiche.
L’intelligenza artificiale, i defunti e persino gli alberi e le foreste che attraversano questa storia sono spesso considerati nella cultura occidentale come minacce o forze ostili alla vita umana. Ma nelle culture orientali non è così, hanno delle connotazioni leggermente diverse. È una forma mentis che è
profondamente radicata anche in me e che mi ha portato a scrivere questo film chiedendomi se sarei riuscito a immaginare una storia di questo tipo – e il suo epilogo… senza farla diventare una distopia tradizionale.
Sebbene il film sia ambientato in un futuro prossimo, spero che possa essere visto anche come un racconto universale sul fatto che i figli, un giorno, finiscono inevitabilmente per lasciare i propri genitori.
Che ne dite di vederci il trailer ufficiale italiano ?
