Vi riassumiamo tutti gli aggiornamenti che abbiamo messo giorno per giorno sul nostro gruppo facebook (clicca sul link per iscriverti subito !!) con tutti i film piu’ interessanti presentati in concorso (e non) all’ultimo festival di Venezia !!
Il concorso di Orizzonti è stato inaugurato da “La ragazza con la Leica” di Alina Marazzi, film che racconta la vita di Gerda Taro, prima fotoreporter morta su un campo di battaglia e compagna dell’altrettanto famoso fotografo, Robert Capa. Un’opera raffinata ed emozionante che vedremo nel 2027.
Parlando del concorso principale tutti gli occhi erano sul film d’apertura del Festival, ovvero “Ink” di Danny Boyle, ambizioso racconto dell’acquisto del The Sun da parte di Rupert Murdoch. Una gara di bravura tra gli interpreti principali, Guy Pearce e Jack O’Connell e un montaggio da Oscar che restituisce quel ritmo frenetico e elettrizzante che ricordavamo nel suo cult “Trainspotting”.
In concorso troviamo “Bucking Fastard” di Werner Herzog, ispirato alla singolare storia delle gemelle Freda e Greta Chaplin e interpretato dalle sorelle Rooney e Kate Mara, praticamente inseparabili anche sullo schermo. Herzog ne ricava una bizzarra favola sull’identità, l’amore e l’ossessione, surreale e molto personale. Un film affascinante, divertente e visivamente bellissimo, anche se non sempre riesce ad arrivare fino in fondo alle emozioni che promette.
Sempre nel concorso principale “Wild Horse Nine” conferma invece la vena di Martin McDonagh, che porta John Malkovich e Sam Rockwell sull’Isola di Pasqua alla vigilia del golpe cileno del 1973. Una dark comedy politica e malinconica, fatta di amicizia, sensi di colpa e conti da regolare con il proprio passato, con i soliti dialoghi affilatissimi del regista de “Gli spiriti dell’isola”. Un nuovo centro soprattutto grazie alla scrittura e a due protagonisti in grande forma.
Passando a Orizzonti, uno dei titoli italiani più interessanti è “La città dei vivi” di Edoardo Gabbriellini, tratto dal romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia sul terribile delitto di Luca Varani. Il regista evita però il facile terreno del true crime e sceglie di raccontare soprattutto Luca, la sua famiglia e la sua quotidianità prima della tragedia. Un film intimo e doloroso, capace di affrontare una storia atroce senza sensazionalismi e contrapponendo all’assurdità del male la normalità della vita. Lo vedremo nelle sale dal 1° ottobre.
Con “15/18 (A Place To Heal)” Cédric Kahn ci porta all’interno di un reparto di neuropsichiatria adolescenziale, seguendo un gruppo di ragazzi tra i 15 e i 18 anni e gli operatori che cercano di accompagnarli fuori dalle loro fragilità. E’ un ritratto appassionante e sensibile, soprattutto per la capacità del regista di osservare senza giudicare e di mantenere sempre la giusta distanza tra chi cura e chi viene curato. Un film doloroso, ma anche sorprendentemente vitale, che evita la retorica e restituisce grande umanità ai suoi giovani protagonisti.
Cambio completo di atmosfera con “Succederà questa notte” di Nanni Moretti, che questa volta si avventura decisamente nel territorio del melodramma sentimentale. Louis Garrel e Jasmine Trinca attraversano quasi vent’anni di incontri, separazioni e seconde possibilità, in una storia liberamente ispirata ai racconti di Eshkol Nevo. La critica (non compatta) l’ha ritenuto un grande film d’amore, romantico ed erotico, divertente e malinconico insieme. E soprattutto un Moretti capace ancora una volta di sorprendere, affrontando l’amore in maniera molto più aperta e sentimentale del solito.
Molto più controversa invece l’accoglienza di “The Echo Chamber” di Andrea Pallaoro, nato dall’ultima sceneggiatura alla quale aveva lavorato Bernardo Bertolucci. Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon sono immersi in una storia di amore, dipendenza e controllo ambientata quasi interamente dentro un appartamento, trasformato in una sorta di prigione emotiva. Indubbio il fascino dell’idea di partenza e l’impegno degli interpreti, ma alla fine ne viene fuori un film troppo immobile, schematico e privo di quella tensione drammatica che avrebbe potuto rendere davvero potente il materiale. Insomma, uno di quei film veneziani destinati probabilmente a far discutere parecchio.
Hirokazu Kore-eda torna con “Look Back”, adattamento live action dell’omonimo manga di Tatsuki Fujimoto, e racconta l’amicizia tra Fujino e Kyomoto, due ragazze unite dalla passione e dal talento per il disegno. Si apprezza soprattutto la scelta del regista di dilatare il racconto, soffermandosi sull’infanzia, sui paesaggi e sul lento avvicinarsi delle due protagoniste, fino quasi a trasformarle in un unico corpo artistico. Un film sull’arte dei mangaka, ma anche sul talento, la solitudine, l’amicizia, il lutto e la capacità di perdonare se stessi.
Decisamente più oscuro “L’estranea” di Paolo Strippoli, che mescola horror, dramma familiare e patto faustiano raccontando la progressiva disgregazione di una famiglia apparentemente perfetta. Jasmine Trinca è una madre disposta a tutto pur di proteggere i propri figli, mentre Valeria Bruni Tedeschi porta in scena una presenza tanto elegante quanto inquietante. La critica ha promosso il film con entusiasmo sottolineando la maturità raggiunta da Strippoli, la forza della sceneggiatura e un’atmosfera perturbante capace di trasformare l’ossessione per il successo e le apparenze in qualcosa di decisamente mostruoso.
E poi c’è “Possible Love”, l’attesissimo ritorno di Lee Chang-dong otto anni dopo “Burning”. Due coppie appartenenti a classi sociali opposte finiscono per entrare sempre più profondamente l’una nella vita dell’altra, facendo emergere desideri, frustrazioni, differenze economiche e ferite legate al mondo del lavoro. Vari siti lo hanno definisce senza mezzi termini un altro “straordinario film politico e umanista” del regista coreano: quasi tre ore nelle quali Lee Chang-dong intreccia amore e lotta di classe senza dividere facilmente il mondo tra vittime e colpevoli, continuando invece a cercare, anche nelle contraddizioni dei suoi personaggi, una possibile forma di libertà e di umanità.
Atteso da oltre vent’anni, “DAU” di Ilya Khrzhanovsky è un progetto fuori da ogni misura: 195 minuti per raccontare il fisico Lev Landau e, attraverso la sua storia, quattro decenni di Unione Sovietica, dall’entusiasmo degli anni Venti alle purghe staliniane e alla corsa all’atomica. Anticipato da molte polemiche, si apprezza soprattutto l’ambizione e la straordinaria ricostruzione visiva del film, capace di interrogarsi sul rapporto tra genio scientifico, progresso e responsabilità morale. Meno convincente quando insiste sulle vicende sentimentali e sessuali del protagonista, molto più potente quando racconta invece il progressivo soffocamento degli scienziati dentro un sistema dominato dalla paura e dal controllo.
Con “Un bon petit soldat” Stéphane Brizé torna invece nel mondo del lavoro e questa volta mette al centro Carla, interpretata da una bravissima Alba Rohrwacher, responsabile delle risorse umane di una grande compagnia assicurativa dove parole come inclusione, felicità e collaborazione nascondono una macchina interessata soprattutto ai risultati. Accanto a lei Vincent Lindon, passato idealmente dall’altra parte della barricata nei panni del CEO. La critica ha parlato di un “grande film”, una sorta di incontro tra Ken Loach e “The Office”, dove il dramma del capitalismo contemporaneo assume spesso i contorni di una farsa grottesca e perfino esilarante. Si ride, insomma, ma con la spiacevole sensazione che ciò che vediamo non sia poi così lontano dalla realtà.
Continuando c’è “Il fuoco che ti porti dentro” di Edoardo De Angelis, tratto dal romanzo autobiografico di Antonio Franchini e costruito quasi interamente durante una vigilia di Natale. Al centro Angela, madre ingombrante, aggressiva e impossibile interpretata da una strepitosa Vanessa Scalera, che irrompe nella casa milanese del figlio Antonio, Lino Musella, trasformando il pranzo di famiglia in un crescendo di provocazioni, vecchi rancori e ferite mai rimarginate. E’ un dramma familiare denso, divertente e toccante, magistralmente diretto e sostenuto soprattutto dalla prova di Valeria Scalera: si ride parecchio davanti agli eccessi di Angela, ma dietro la commedia affiora lentamente il dolore di una madre incapace di dimostrare amore e di figli che non hanno mai veramente smesso di cercarlo.
Tra i titoli che hanno scosso maggiormente il Festival c’è sicuramente “NAZA” di Yuval Abraham e Rachel Szor, già autori insieme a Basel Adra e Hamdan Ballal di “No Other Land”. Girato soprattutto di notte sui tetti di Tel Aviv, il documentario raccoglie le testimonianze di 24 ufficiali e soldati dei servizi segreti israeliani e ricostruisce i meccanismi con cui vengono individuati gli obiettivi militari a Gaza e calcolate le possibili vittime civili. E’ un film “sconvolgente”, anche grazie alla scelta di affidarsi alla forza della parola e della testimonianza, con un esplicito richiamo alla lezione di “Shoah” di Claude Lanzmann. Un’opera durissima, nella quale l’orrore emerge proprio dalla freddezza con cui viene raccontato.
Con “A Bit of Light” Ali Asgari ci riporta invece nell’Iran contemporaneo attraverso Arash, un medico a cui il regime ha revocato la licenza per aver curato alcuni manifestanti feriti dalla polizia. Convinto di non avere più ragioni per vivere, decide di trascorrere un’ultima giornata sistemando ogni cosa e salutando i suoi familiari. Un’opera con un rigore e una semplicità con cui Asgari riesce a raccontare la disperazione senza trasformarla mai in ricatto emotivo. Ma, come suggerisce già il titolo, anche nel buio più profondo rimane qualche piccola scintilla capace di ricordarci perché continuare a vivere.
Chiudiamo questo lungo articolo con “A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra” di Jacqueline Lentzou, presentato in Orizzonti. Seguendo una normale giornata della quindicenne Jo ad Atene, il film si avvicina lentamente a una tragedia ispirata all’uccisione di un adolescente da parte della polizia greca nel 2008, ma sceglie una strada tutt’altro che convenzionale. Uno dei lavori visivamente e formalmente più riusciti della sezione: un racconto di formazione che parte dalla quotidianità e improvvisamente si apre al sogno, alla morte e a un misterioso mondo degli spiriti. Non tutto funziona con la stessa forza, ma quando Lentzou abbandona il realismo il film trova alcuni dei suoi momenti più sorprendenti e affascinanti.
