Quarant’anni e non sentirli. I Premi Goya hanno festeggiato la loro quarantesima edizione il 28 febbraio 2026 all’Auditori Fòrum del Centre de Convencions Internacionals di Barcellona, tornando nella città catalana dopo la precedente esperienza del 2000.
Una cornice moderna e imponente per celebrare il cinema spagnolo, anche se, come accade in ogni vera serata di premi, l’attenzione si è presto spostata dalle architetture alle buste, ai discorsi e alla domanda fondamentale: chi riuscirà ad arrivare ai ringraziamenti finali prima dell’una di notte?
A guidare la cerimonia sono stati due presentatori decisamente ben assortiti: l’attore galiziano Luis Tosar e la cantante, compositrice e attrice catalana Rigoberta Bandini. Lui, presenza intensa e spesso minacciosa del cinema spagnolo; lei, ironica, imprevedibile e perfettamente capace di alleggerire anche i passaggi più istituzionali. Tosar ha scherzato sul fatto che la collega gli “rubasse molta inquadratura”: un rischio abbastanza prevedibile quando si divide il palco con una personalità esuberante come quella di Rigoberta Bandini.
La grande vincitrice è stata *Los domingos* di Alauda Ruiz de Azúa, arrivata alla cerimonia con tredici candidature e tornata a casa con cinque Goya, tutti di quelli che pesano: miglior film, regia, sceneggiatura originale, attrice protagonista e attrice non protagonista.
Il film segue Ainara, una ragazza di diciassette anni cresciuta in una famiglia numerosa e profondamente cattolica, che annuncia improvvisamente di voler entrare in convento. La sua decisione manda in crisi gli equilibri familiari e costringe genitori, fratelli e parenti a interrogarsi sul confine tra vocazione autentica, bisogno di appartenenza e desiderio di fuga. Ruiz de Azúa affronta il tema senza facili condanne, costruendo un dramma intimo nel quale ogni personaggio sembra avere ragione almeno per qualche minuto. Il risultato è un’opera sulle convinzioni, sulla fede e sulla difficoltà di accettare che le persone amate possano scegliere una strada completamente diversa da quella immaginata per loro.
Alauda Ruiz de Azúa ha conquistato il premio per la miglior regia, mentre Patricia López Arnaiz e Nagore Aranburu hanno completato il trionfo nelle categorie interpretative. Il successo di *Los domingos* ha confermato la capacità della regista di raccontare conflitti familiari complessi attraverso gesti, silenzi e conversazioni apparentemente quotidiane. Dopo *Cinque lupetti*, Ruiz de Azúa torna infatti a osservare la famiglia come un luogo nel quale amore, incomprensioni e vecchi rancori convivono spesso nella stessa stanza.
Curiosamente, il film con il maggior numero complessivo di statuette è stato però *Sirât* di Oliver Laxe, vincitore di sei premi. Il protagonista è Luis, un padre che, insieme al figlio più giovane, attraversa le montagne e il deserto del Marocco alla ricerca della figlia scomparsa durante un rave. I due si uniscono a una comunità nomade di giovani diretta verso una grande festa clandestina, addentrandosi in un paesaggio sempre più isolato e minaccioso. Quello che comincia come un viaggio di ricerca assume progressivamente i contorni di un’odissea fisica e spirituale, nella quale i personaggi sono costretti a confrontarsi con il lutto, la paura e il bisogno di continuare a vivere.
*Sirât* non ha conquistato le categorie principali, ma ha dominato quelle tecniche: fotografia, montaggio, musica originale, suono, scenografia e direzione di produzione. È una vittoria che racconta bene la natura del film, costruito soprattutto attraverso immagini, rumori, paesaggi e sensazioni. Oliver Laxe trasforma il deserto in un luogo quasi astratto, nel quale la dimensione realistica si mescola continuamente con quella mistica. Mauro Herce ha vinto per la fotografia, mentre il riconoscimento al suono è andato ad Amanda Villavieja, Laia Casanovas e Yasmina Praderas, il primo gruppo interamente femminile a ottenere il Goya in questa categoria.
Tra gli attori, José Ramón Soroiz ha conquistato il Goya come miglior protagonista per *Maspalomas*. Il film racconta la storia di Vicente, un uomo anziano che, dopo avere trascorso buona parte della propria vita liberamente all’interno della comunità gay di Maspalomas, è costretto a tornare nei Paesi Baschi in seguito a un incidente. L’ingresso in una casa di riposo lo spinge a nascondere il proprio orientamento sessuale e a ricostruirsi un’identità più accettabile agli occhi degli altri. Tra paura, solitudine e desiderio, Vicente si trova così a vivere una nuova forma di clandestinità proprio nella fase finale della propria esistenza. Il film affronta con sensibilità il tema dell’invecchiamento delle persone LGBT, senza rinunciare a momenti di ironia e tenerezza.
Patricia López Arnaiz ha invece vinto come miglior attrice protagonista per *Los domingos*, mentre Álvaro Cervantes è stato premiato come miglior attore non protagonista per *Sorda*. Diretto da Eva Libertad, il film segue Ángela, una donna sorda in attesa del primo figlio insieme al compagno udente Héctor. La nascita della bambina, invece di rappresentare soltanto un momento di felicità, porta in superficie paure, incomprensioni e differenze che la coppia aveva forse sottovalutato. Ángela teme che la figlia possa crescere in un mondo dal quale lei rischia di essere esclusa, mentre Héctor fatica a comprendere fino in fondo la profondità del suo isolamento.
*Sorda* ha ottenuto anche il premio per la miglior regia esordiente e quello per la miglior attrice rivelazione, assegnato a Miriam Garlo. Eva Libertad racconta la sordità senza trasformarla in un semplice elemento drammatico, ma facendone il centro della percezione della protagonista. Il film lavora sui suoni, sulle assenze e sulle difficoltà comunicative, portando lo spettatore dentro l’esperienza di Ángela. Il Goya come attore rivelazione è andato invece ad Antonio “Toni” Fernández Gabarre per *Ciudad sin sueño*.
Ambientato nella Cañada Real, uno dei più grandi insediamenti informali d’Europa, *Ciudad sin sueño* racconta la vita del giovane Toni e della sua famiglia, minacciati dallo sgombero e dalla progressiva trasformazione del quartiere. Il ragazzo deve decidere se seguire il proprio nucleo familiare o restare nel luogo nel quale è cresciuto, tra amici, cavalli e strade polverose. Il film unisce il racconto di formazione a uno sguardo quasi documentaristico su una comunità raramente rappresentata dal cinema, evitando di ridurla a semplice scenario di degrado.
Il Goya d’onore è stato consegnato al regista, sceneggiatore e scrittore Gonzalo Suárez, protagonista di oltre sessant’anni di cinema spagnolo attraversati con una certa allergia alle classificazioni. A premiarlo è stata María de Medeiros, che ha ricordato la libertà creativa e la fiducia trasmesse dal cineasta alle persone che hanno lavorato con lui. Suárez ha rappresentato perfettamente lo spirito di un riconoscimento alla carriera: non soltanto celebrare ciò che un autore ha realizzato, ma ricordare quanto abbia reso possibile anche il lavoro degli altri.
La star internazionale della serata è stata Susan Sarandon, accolta da una lunga ovazione e da tutto l’Auditori in piedi. L’attrice di *Thelma & Louise*, *Dead Man Walking* e *The Rocky Horror Picture Show* ha ricevuto il Goya internazionale per una carriera capace di attraversare generi molto diversi, dal musical di culto al road movie, dal melodramma al cinema politico. Anche il suo discorso ha unito cinema e impegno civile, confermando una personalità che non ha mai separato completamente il lavoro dell’attrice dalle proprie battaglie pubbliche.
I Goya 2026 hanno quindi celebrato un cinema spagnolo in grande forma: popolare ma non superficiale, politicamente attento, tecnicamente ambizioso e ancora capace di sorprendere. Quarant’anni dopo la prima edizione, il celebre “cabezón” di Goya continua insomma a pesare parecchio. Non soltanto nelle mani di chi deve portarselo a casa, ma anche nel ricordarci quanta varietà, energia e voglia di rischiare attraversino oggi il cinema spagnolo.
