L’inquietudine poco convenzionale di Todd Haynes

Todd Haynes e’ il regista di “Carol” e “La stanza delle meraviglie” tutti film visti assieme in questi anni nelle uscite infrasettimanali di Amicinema.

 

Il regista californiano (nato il 2 gennaio 1961 a Encino, un paese vicino a Los Angeles) e’ uno dei cineasti “indie” piu’ importanti degli ultimi anni e non fatevi ingannare dallo stile dei suoi ultimi film, perche’ i suoi inizi sono stati contraddistinti da grandissime polemiche per i suoi toni estremi e le sue storie poco allineate.


 

Iscrittosi al corso di semiotica della Brown University, inizia la sua carriera dirigendo cortometraggi come “Assassins – A film Concerning Rimbaud (1985)”, ispirato al suo poeta francese preferito Arthur Rimbaud e soprattutto “Superstar – The Karen Carpenter Story“, una cronaca della vita della cantante pop americana Karen Carpenter.

La particolarità di questo corto è che Haynes, invece di scegliere attori in carne e ossa, preferisce usare delle bambole Barbie. Malgrado questo aspetto sperimentale della pellicola, il giovane autore non addolcisce la trama e racconta della durissima battaglia della Carpenter contro l’anoressia e la bulimia, che la portarono alla morte e che, nell’opera, vengono rappresentate da Haynes proprio livellando la “Karen Barbie” in faccia e corpo con un coltello, fino a lasciarla completamente scheletrica.
Il film naturalmente genera molto scandalo e viene ritirato dalla sale anche per un uso non autorizzato delle canzoni del gruppo.

 

Non sono meno veementi le reazioni all’uscita del suo primo lungometraggio, “Poison” nel 1991.

Anche questa volta, Haynes non vuole rinunciare a creare scandalo e decide di trasporre sul grande schermo i racconti del trasgressivo scrittore gay Jean Genet, in un trittico a tema queer che mischia diversi generi cinematografici (documentario, fantascienza, horror, romantico, drammatico). Hero (un bambino di sette anni che uccide il padre e scappa), Horror (uno scienziato riesce a isolare l’elisir della sessualità umana, ma assumendolo diventa un assassino) e Homo (un detenuto di un carcere racconta di un detenuto più giovane conosciuto tanti anni prima), i tre episodi che compongono questa pellicola, sono acclamati per il loro gusto controverso, per come ben rappresentino la visione sadomasochista delle relazioni gay degli Anni Novanta.
“Poison” vince il Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival e viene presentato al Festival di Berlino, dove ottiene il Teddy Award come miglior film a tematica omosessuale, catapultando Haynes tra gli alfieri del neonato New Queer Cinema (etichetta comunque molto limitante per lui).

 

Nel 1995 esce “Safe“, ritratto di una casalinga della San Fernando Valley (interpretata da Julianne Moore, che diventerà in seguito una delle sue più care amiche) che sviluppa improvvisamente una serie di reazioni allergiche che le faranno totalmente cambiare il suo stile di vita.
L’inquietudine, e’ il nucleo di quest’opera e l’affresco straniante della routine della borghesia americana è calato in un dramma dalle sfumature surreali: la lenta e progressiva discesa in un incubo kafkiano, descritta tuttavia con una freddezza implacabile, rispecchiata dal rigore della regia. L’ambiguità, sintetizzata in un malessere insidioso e strisciante, si impone come un elemento chiave della poetica di Todd Haynes, mentre lo spazio scenico è adoperato di volta in volta come proiezione degli stati d’animo della protagonista.

Lo stesso Haynes su questo periodo ha dichiarato: “Quando ho scritto Safe, il mio secondo film, non conoscevo Julianne Moore, che era ancora gli inizi della sua strepitosa carriera. Lei aveva appena girato America oggi per Robert Altman, e leggendo il mio script ha capito esattamente come calarsi in questo personaggio, facendolo materializzare davanti ai miei occhi. Da allora abbiamo stabilito un rapporto che ha segnato la mia carriera, e forse anche la sua, e infatti ho scritto Lontano dal paradiso apposta per lei.”
 


 

Nel 1998, Haynes cambia totalmente obiettivi e realizza un grande tributo cinematografico all’era glam rock degli Anni Settanta con “Velvet Goldmine“, dirigendo con un radicale nuovo tocco registico (una ricostruzione biografica non lineare, colori fluorescenti e sgargianti, grande attenzione per i costumi) un cast costituito da Christian Bale, Ewan McGregor, Jonathan Rhys-Meyers e Toni Collette.
Principalmente girato in Inghilterra, la storia segue un giornalista britannico (Bale) che si inoltra nel passato mondo del glam rock Anni Settanta, trovando musicisti come il cantante androgino di boa vestito Brian Slade (Rhys Meyers), che si esibisce con il suo alter ego Maxwell Demon (una sorta di incarnazione di Bowie ai tempi di “Ziggy Stardust”), e come Curt Wild (McGregor) che invece è una versione di Iggy Pop.
Haynes ne approfitta anche per criticare ferocemente l’omofobia medica, riprendendo i reali episodi di trattamenti di elettroshock cui fu sottoposto Lou Reed per “curare” la sua omosessualità, e facendoli attraversare (con dei flashback) al personaggio di Curt.
Velvet Goldmine viene presentato in anteprima al Festival di Cannes del 1998 e vince il premio speciale della Giuria per il miglior contributo artistico.

Su quest’opera Haynes ha detto: “Nel cinema si usa un linguaggio artificiale per descrivere la realtà e per sfidare il concetto di identità. Gli anni Settanta sono stati un periodo assolutamente peculiare ed unico: l’epoca del glam rock, che ha esaltato il linguaggio teatrale e l’esibizionismo, si è iscritta in un’ampia tradizione culturale precedente, ovvero quella relativa alla letteratura, all’arte e al cinema queer. David Bowie ha costruito degli interi mondi di finzione attorno ai suoi personaggi, come Ziggy Stardust, Diamond Dog e Aladdin Sane: a me interessava ricostruire la sua parabola artistica in un universo parallelo.”
 


 

Il suo film piu’ amato pero’ sta per arrivare: anno 2002 esce “Lontano dal Paradiso“, un grandissimo esempio di cinema d’autore con elogi della critica e ottimo successo commerciale.
Haynes, stavolta, si ispira ai drammi degli sciovinisti Anni Cinquanta di Douglas Sirk e racconta la vita di una casalinga del Connecticut, Cathy Whittaker (una Julianne Moore che è entusiasta di lavorare di nuovo con lui, anche perché il ruolo è stato scritto apposta per lei), che scopre la segreta omosessualità del marito (Dennis Quaid), innamorandosi successivamente del suo giardiniere afro-americano Raymond (Dennys Haysbert).
Una cura certosina per colori, costumi, luci e scenografie esalta ancora di più questo melodramma americano che vuole, anche in certe situazioni, richiamare il fantasma di Sirk e dei suoi film più belli.
La Moore viene immediatamente candidata all’Oscar, dopo aver meritatamente vinto la Coppa Volpi al Festival di Venezia, mentre Haynes viene candidato al medesimo premio per la sceneggiatura originale e il compositore Elmer Bernstein per la colonna sonora.
Purtroppo, il film non otterrà nemmeno una delle quattro statuette.

Le parole di Haynes su quest’opera: “Douglas Sirk ha avuto un’enorme influenza sulla mia opera, al college ho studiato molto il suo lavoro. Due fattori hanno contribuito alla riscoperta di Sirk: la critica femminista degli anni Settanta e Rainer Werner Fassbinder. L’elemento davvero radicale del cinema di Sirk, l’elemento chiave del melodramma domestico, era la sua capacità di usare un linguaggio artificiale per veicolare un senso di verità, in una dialettica fra artificio e verità dalla quale ho sempre tratto ispirazione.”
 


 

Sembra quasi che ogni film di Haynes riesca per magia sempre bene… e nel 2007 alla 64a Edizione del Festival di Venezia (dove vince il Premio Speciale della Giuria) viene proiettata una nuova gemma, “Io non sono qui“, un altro radicale cambiamento di stile mettendo sotto la lente d’ingrandimento la pop music e, in particolare, la vita del leggendario Bob Dylan, interpretato da sette personaggi d’immaginazione recitati da sei attori: Richard Gere (che veste i panni dell’esiliato Billy), Cate Blanchett (che invece è Jude, un cantante che entra in contatto con la pop art e con la Warhol’s Factory, legandosi a una fotomodella interpretata da Michelle Williams, basata sul personaggio di Edie Sedgwick), Marcus Carl Franklin (che interpreta Woody, un teenager afro-americano e che dovrebbe rappresentare il periodo in cui il cantautore aveva una profonda stima per il musicista Woody Guthrie), Heath Ledger (che è Robbie, un attore innamorato della pittrice Claire, dalla quale ha avuto dei figli e che vede la sua relazione naufragare in un divorzio a causa della sua troppa misoginia), Ben Whishaw (che interpreta Arthur, un ragazzo che si interroga sulle responsabilità dell’artista per la società) e Christian Bale (che racconta sia il periodo della musica folk al servizio del movimento dei diritti civili negli Anni Sessanta e della relazione con un’altra cantante folk, impersonata da Julianne Moore nelle vesti di una sorta di Joan Baez, sia il periodo Anni Ottanta con un ritorno al cristianesimo).
Fra tutte le performances, viene esaltata quella della Blanchett e che le fa ottenere una Coppa Volpi al Festival di Venezia e una candidatura dell’Academy come miglior attrice non protagonista.

E su Dylan Haynes ha detto: “Dylan ha contribuito a definire gli anni Sessanta, ma ha rifiutato di rimanere attaccato ad un’unica etichetta: lo ha sempre fatto, e infatti subito dopo il successo ha ucciso il Dylan precedente per potersi evolvere. Il ruolo di icona l’ha vissuto come una camicia di forza che ha dovuto strapparsi di dosso: il Dylan del 1966 interpretato da Cate Blanchett nel film è il Bob Dylan che ha ucciso il Dylan dell’ortodossia folk, rifiutando di dare facili risposte.”
 


 

E arriviamo dopo quasi 10 anni al gennaio del 2016 quando in Italia esce “Carol“, una storia d’amore con due grandissime interpreti al loro meglio.

Therese Belivet (Rooney Mara) è una ventenne che lavora come impiegata in un grande magazzino a Manhattan sognando una vita più gratificante. Un giorno incontra Carol (Cate Blanchett), una donna attraente intrappolata in un matrimonio di convenienza e senza amore. Tra loro scatta immediatamente un’intesa, e l’innocenza del loro primo incontro piano piano svanisce al progressivo approfondirsi del loro legame…
Estrapoliamo questo brano di intervista che parla di una delle fonti di ispirazione per questa pellicola, “L’eclisse” di Michelangelo Antonioni: ”
L’eclisse l’ho visto di recente prima di girare Carol, e qualcosa di Monica Vitti mi ha ricordato Cate: il suo modo di vestire, l’eleganza dello scollo a barchetta. La costumista Sandy Powell è stata d’accordo nel realizzare lo stesso tipo di scollatura per l’abito di Cate in Carol. Sono rimasto meravigliato dalla precisione del linguaggio cinematografico e dalla capacità nella descrizione del senso di vuoto della vita moderna. L’eclisse è molto diverso da Carol, ma di Antonioni mi colpisce come riesca a trasmettere la mancanza di libertà dell’individuo, suggerita dalla macchina da presa: il modo in cui la cinepresa definisce lo spazio filmico è molto specifico e magnifico.”

 


 

Due anni dopo Todd Haynes dirige un film strano perche’ apparentemente avulso dai suoi temi: “La stanza delle meraviglie” (Wonderstruck) e’ presentato al festival di Cannes 2018 e tratto dal libro di Brian Selznick (lo stesso autore che Scorsese aveva riadattato in “Hugo Cabret”)

1977, Minnesota. Il dodicenne Ben è preda di un incubo ricorrente in cui viene inseguito da un branco di lupi. Una notte, cercando tra gli oggetti della madre, trova il vecchio catalogo di una mostra newyorkese sulle origini dei musei: i cosiddetti gabinetti delle meraviglie. C’è anche un biglietto, dentro, con l’indicazione di una libreria. E poi c’è un fulmine, che entra dal cavo del telefono e cambia la vita di Ben.
1927, New Jersey. Rose è una ragazzina che vive sola con il padre, isolata per via della sua sordità. La anima una grande passione per un’attrice, una diva del muto, di cui colleziona ogni notizia.
Ben e Rose, a distanza di tempo, compieranno lo stesso avventuroso viaggio attraverso New York, guidati dal comune bisogno di conoscere il loro posto nel mondo.

Su questo film il regista ha detto:
“Il film offre una prospettiva ricca di sfumature, che si alterna fra musica e suoni ambientali, fra realtà oggettiva e percezione soggettiva di Ben, che ha ancora reminiscenze dei suoni. Il film suggerisce che Ben sia quasi perseguitato da una sorta di fantasma del suono, dal ricordo dei suoni.
Ho accettato di fare questo film perché non avevo mai fatto un film rivolto a un pubblico giovane e interpretato solo da giovani.
Ho voluto trovare un modo per accendere la fantasia dei bambini senza le convenzioni del suono, così come si riempiono gli spazi delle illustrazioni.
Quando chiedi agli spettatori di riempire gli spazi, questi mettono in moto un certo potere che tutti possediamo ma che spesso trascuriamo.”

 


 

E come sicuramente è meraviglioso poter godere di tutti i capolavori di Haynes !!

 

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